Sul caso Renda si accendono i riflettori di "Verissimo"

Il sostituto procuratore ha chiesto l'archiviazione per l'assenza in Italia degli imputati. La famiglia intanto vuole trasferire il processo a Città del Messico. Sul caso le telecamere di Italia Uno

L'impossibilità di poter procedere in Italia per l'assenza in loco degli imputati è il motivo alla base della richiesta di archiviazione del "caso Renda" da parte del sostituto procuratore di Lecce, Maria Angela Rotondano. Le persone accusate a vario titolo di aver provocato la morte del 34enne bancario leccese, in vacanza in Messico nel marzo scorso (il 3 di quel mese dello scorso anno venne trovato morto in cella, dopo uno stato di fermo per motivi che non sono mai stati chiariti del tutto), non sono ovviamente reperibili sul suolo italiano e per questo non si può procedere nei loro confronti. "Ma noi andremo avanti con la successiva denuncia", dichiara Elisa Greco, sorella della madre di Simone Renda. La famiglia già nei giorni scorsi aveva ufficializzato la notizia di aver richiesto il trasferimento del processo da Playa del Carmen a Città del Messico. Secondo l'avvocato Leonardo Tedesco, che segue il caso sul posto per conto dei legali italiani Pasquale Corleto e Fabio Valenti, sarebbe impossibile continuare a causa di un gioco di coperture e di intrighi, anche a livello politico, che non favorirebbe il corretto esito del processo.

E intanto, finalmente il caso inizia ad essere oggetto di discussione anche altrove, presso la stampa e la tv nazionale, che finora - tolte le fasi iniziali, quando si seppe della terribile morte del giovane leccese - si sono dimostrati latitanti in merito a questa triste vicenda, un vero e proprio caso di tortura, secondo i legali della famiglia. "Mia sorella Cecilia è stata contattata da Mediaset. La troupe di ‘Verissimo' sarà qui a Lecce per un servizio domenica o lunedì pomeriggio", annuncia Elisa Greco. Il caso di Renda è noto a chi l'abbia seguito fin dall'inizio. Trovato in stato confusionale dal personale dell'hotel Posada Mariposa, dove alloggiava, venne contattata la polizia turistica. Si disse che il giovane stesse "dando scandalo" e l'accusa, molto generica, fu di "ubriachezza molesta" (ma ben due autopsie, una in Italia ed un'altra in Messico hanno escluso la presenza di alcool e stupefacenti nel sangue).

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Giunto in carcere, il medico Jaime Don Juan Salmerón, prima che lo rinchiudessero, lo visitò e diagnosticò pressione alta, una forte disidratazione e, come da referto, una "possibile intossicazione", consigliando il ricovero urgente. Il giudice qualificatore Hermila Valero Gonzalez avrebbe però ignorato le raccomandazioni, ordinando la carcerazione e, dulcis in fundo, non liberandolo neanche al termine ultimo per la detenzione, quello di 36 ore. Le porte si aprirono solo al mattino del 3 marzo, sei ore dopo quella scadenza. A quanto sembra, in tutto quel tempo Renda non avrebbe avuto neanche un bicchiere d'acqua. Per i legali della famiglia si tratta di un caso di omicidio volontario, con sequestro di persona e tortura, mentre le autorità locali hanno sempre e solo parlato di "negligenza nelle pubbliche funzioni", un'accusa decisamente più blanda. Nell'inchiesta sono coinvolti anche funzionari di polizia e secondini del carcere.

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