Rifiuti “tombati” nelle campagne: gli scavi di oggi allungano ombre sul Tac di ieri

Dal Foggiano alla penisola salentina le forze dell'ordine e la magistratura sono al lavoro per ricostruire gli illeciti legati allo smaltimento di scarti industriali e non solo. Nei tempi di delocalizzazioni all'estero, riemerge il conto da pagare

LECCE – Si scava in Puglia, dalla Capitanata al Salento, alla ricerca di un male oscuro che ha avvelenato il ventre di una regione che per anni ha offerto terreno facile a criminali e imprenditori senza scrupoli in cerca di siti e discariche in cui sotterrare illecitamente centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti. E’ una lunga ferita che dal Foggiano alla penisola salentina sembra aver sfregiato il volto di una terra incantata, con un patrimonio naturalistico spesso dimenticato e un potenziale turistico ancora sottovalutato.

Nella Daunia è stata l’inchiesta (denominata “Black Land”) coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia e condotta dagli uomini dell'Arma dei carabinieri e della Dia di Bari - nelle province di Foggia, Bat, Caserta, Avellino e Benevento - a rivelare le migliaia di tonnellate di rifiuti speciali provenienti da impianti di compostaggio e di stoccaggio in Campania smaltite illecitamente in Puglia. Un giro di affari stimato in 10 milioni di euro, costituito da rifiuti abbandonati senza scrupoli in zone protette o nei pressi di fiumi e dighe, oppure “tombati” in terreni agricoli e in una vecchia cava nei pressi di Ordona, nel Foggiano, poco distante dal sito archeologico dell'antica Herdonia, e dove, nel 212 e nel 210 a. C., furono combattute due importanti battaglie tra i romani e i cartaginesi di Annibale nel pieno della Seconda guerra punica. Un’inchiesta che ha portato all’arresto di 14 persone e fornito importanti conferme alle rivelazioni del collaboratore di giustizia Carmine Schiavone alla Commissione d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti il 7 ottobre del 1997.

Se nella Capitanata le inchieste giudiziarie sembrano aver fornito i primi riscontri al business milionario dei rifiuti gestito illecitamente dalla criminalità organizzata, in primis dai casalesi, appare diversa la situazione nel Salento. Diversi i fascicoli di indagine di cui sono titolari il procuratore aggiunto Ennio Cillo e il sostituto Elsa Valeria Mignone. Inchieste che, almeno per il momento, hanno riportato alla luce un passato in cui le vecchie discariche sono state, sfruttando il famigerato articolo 12 del  decreto del presidente della Repubblica numero 915 del 1982 (qualora sia  richiesto  da  eccezionali  ed  urgenti necessità di tutela  della  salute  pubblica  o dell'ambiente, il presidente della giunta  regionale  ovvero  il  sindaco,  nell'ambito delle rispettive competenze,  può  ordinare il ricorso temporaneo a speciali forme di smaltimento  di  rifiuti  anche in deroga alle disposizioni vigenti, informandone tempestivamente il ministro della Sanità), riempite di rifiuti in maniera indiscriminata. In quelle vecchie cave non sono confluiti solo i rifiuti urbani, ma anche quelli speciali: scarti di lavorazione industriale, di stabilimenti tessili e calzaturifici e anche ospedalieri.

Del resto lo stesso Schiavone, già boss della camorra, era stato piuttosto generico nei suoi riferimenti alla penisola salentina, senza fornire riferimenti precisi a luoghi o soggetti e imprenditori coinvolti. Le dichiarazioni del collaboratore di giustizia erano già state vagliate dalla magistratura inquirente, senza alcun seguito. Tra la fine degli anni ottanta e la prima metà dei novanta, la Sacra corona unita era ancora lontana da quella trasformazione imprenditoriale che avrebbe portato all’allargamento degli interessi della quarta mafia pugliese. All’epoca erano il contrabbando e il traffico di armi e droga il vero business dei padrini della Scu, sfruttando a pieno la disgregazione dell’ex Jugoslavia.

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Gli scavi compiuti nelle ultime settimane e i primi riscontri sui rifiuti riportati alla luce sembrano puntare il dito, oltre che sulla cattiva gestione degli amministratori pubblici dell’epoca, su quell’industria tessile e calzaturiera che proprio in quegli anni raggiungeva il suo apice. Un “miracolo economico” costruito, troppo spesso, sullo sfruttamento di manodopera sottopagata, condizioni di lavoro estreme e la totale assenza di regole e salvaguardie. Dal terreno oggi riemergono gli scarti di quell’industria tessile e calzaturiera che proprio nei pressi dei siti incriminati aveva le sedi più importanti. Logico supporre, in attesa di riscontri e conferme, che siano state proprio quelle aziende e gli imprenditori a smaltire e sotterrare i rifiuti in maniera indiscriminata e illecita. Oggi, dopo la chiusura e la delocalizzazione degli stabilimenti nei paesi esteri, resta il conto da pagare. Un fardello fatto di disoccupazione, cassa integrazione e un territorio violentato e avvelenato. Il tutto in nome, più che dello sviluppo e della crescita economica e territoriale, del profitto personale.

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