Cronaca

"Rischio inquinamento prove e altri reati". Ecco perché Scarlino rimane agli arresti

Depositate le motivazioni dei giudici del Riesame che hanno confermato nei giorni scorsi i domiciliari per l'amministratore dell'azienda di Taurisano, dopo la morte di un operaio. Pesanti le considerazioni espresse sulla vicenda dei sistemi di sicurezza

LECCE – “L’eliminazione artificiosa e fraudolenta dei dispositivi di sicurezza a tutela della salute dei lavoratori costituisce un vero e proprio metodo operativo seguito dallo Scarlino all’evidente fine di impedire che per nessuna ragione si verifichino interruzioni del funzionamento delle macchine e dunque del ciclo di produzione”.

E’ questo uno dei passaggi più rilevanti delle motivazioni con cui il Tribunale del riesame (presidente Silvio Piccinno, estensore Stefano Marzo) ha confermato, lo scorso 24 settembre, l’ordinanza di custodia cautelare emessa nei confronti di Attilio Scarlino, amministratore unico dell’omonima azienda, arrestato con l’accusa di rimozione od omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro e morte come conseguenza di altro reato nell’ambito dell’inchiesta sulla morte di Mario Orlando (l’operaio 53enne di Taurisano deceduto all’interno di un’impastatrice del salumificio “Scarlino”).

“Ulteriore conferma della pericolosità sociale ed in particolare della personalità di Scarlino – si legge ancora negli atti depositati questa mattina – con riferimento alla spiccata inclinazione ad omettere sistematicamente l’adozione di indispensabili misure di sicurezza per la prevenzione di infortuni sul lavoro nella sua azienda, è costituita dalle altre pregresse violazioni in materia di sicurezza sul luogo del lavoro, come documentato dagli altri procedimenti relativi a due infortuni sul lavoro e a due contravvenzioni in materia di sicurezza”.

Riguardo all’inquinamento probatorio vi sarebbe, sempre secondo quanto scritto nel provvedimento dei giudici del Riesame, una “irrefrenabile inclinazione dello Scarlino ad inquinare le prove. Egli addirittura non ha esitato a violare i sigilli (altro reato che gli viene contestato) apposti con il sequestro degli impianti, intervenendo a mutare lo stato dei luoghi”.

Alla base del tragico incidente in cui ha perso la vita Orlando, vi sarebbe stato dunque, secondo i giudici del Riesame, una sorta di modus operandi dell’indagato. Nelle pagine con cui hanno motivato il rigetto dell'istanza di scarcerazione presentata dai legali dell'uomo, gli avvocati Gabriella Mastrolia e Andrea Sambati, il collegio evidenzia come “gli arresti domiciliari costituiscano l’unica misura cautelare idonea a scongiurare che Scarlino inquini le prove e commetta altri reati della stessa natura, risultando assolutamente inadeguata qualsiasi altra misura meno afflittiva”.

Dunque il Riesame ha condiviso in pieno l’ipotesi accusatoria che ha portato il sostituto procuratore Carmen Ruggiero (che coordina le indagini con la collega Paola Guglielmi), a chiedere la misura cautelare nei confronti di Scarlino. Secondo quanto emerso dalle indagini condotte dagli investigatori del commissariato di polizia di Taurisano (diretti dal vicequestore aggiunto Salvatore Federico), e dagli ispettori dello Spesal (acronimo di Servizio di prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro, un settore del dipartimento di prevenzione delle Asl, che in casi come questi svolge a tutti gli effetti funzioni di ufficiale di polizia giudiziaria e conduce le indagini relative agli infortuni sul lavoro) i macchinari utilizzati all’interno dell’azienda erano dotati di un sistema di sicurezza che, in caso di avvicinamento alla stessa, ne prevedevano l’immediato stop.

Un sistema di sicurezza che, sostengono gli inquirenti, sarebbe stato rimosso. Dalla consulenza tecnica eseguita sul macchinario incriminato, è inoltre emerso il mancato funzionamento dei pulsanti di arresto dello stesso. 

Attilio Scarlino-2-2-2-2-2I legali dell’amministratore dell’azienda di Taurisano avevano depositato istanza di riesame nei confronti della misura emessa nei confronti del loro assistito, evidenziando come non vi fosse, sulla base degli elementi raccolti e delle testimonianze dei lavoratori dell'azienda del basso Salento, la prova che a ordinare la rimozione del cancello di sicurezza fosse stato Attilio Scarlino, né che la morte dell'operaio fosse necessariamente collegata alla mancanza dello stesso. Tesi evidentemente non condivise dal Tribunale della libertà.

Gravi gli indizi di colpevolezza che sarebbero emersi a carico di Attilio Scarlino (per cui la Procura aveva chiesto la custodia cautelare in carcere) che avrebbe cercato di condizionare le dichiarazioni e le versioni degli operai per nascondere le lacune all’interno dell’azienda. Un clima di omertà e reticenze con cui gli inquirenti si sono più volte imbattuti e dipanato, almeno in parte, solo grazie all’abilità e la professionalità degli inquirenti. “L’indagato – si legge nell’ordinanza di custodia cautelare – sin dai momenti immediatamente successivi alla morte di Orlando, si era adoperato per impedire, alle prime persone estranee all’azienda intervenute in loco (anche aggredendo verbalmente e fisicamente i vigili del fuco), di accertare la dinamica dei fatti”.

Sono tre, oltre ad Attilio Scarlino, le persone iscritte nel registro degli indagati. Si tratta di Antonio Scarlino, 42 anni; Luigi De Paola, 43enne, e Mario De Icco, 53 anni, un collega della vittima che potrebbe inavvertitamente aver azionato il macchinario mentre Orlando era all’interno della stessa. Nei suoi confronti è stato ipotizzato l’omicidio colposo. Per gli altri indagati, invece, l’ipotesi di reato è di rimozione od omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro e di morte come conseguenza di altro reato.

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