Cronaca

Nascosero i killer dopo l'agguato di mala, arrestati padre e figlio

Giovanni e Andrea Rizzo di Taviano secondo la Procura di Taranto avrebbero accolto due sicari che in estate hanno freddato un rivale in "affari" di droga a Pulsano

Il luogo dell'agguato. La vittima era nella Smart.

TAVIANO – Avrebbero aiutato due spietati killer provenienti da Pulsano, in provincia di Taranto, a nascondersi nella loro casa di Taviano. I sicari avevano appena crivellato di colpi un rivale in "affari" di droga , su ordine del loro boss, e gli serviva un luogo sicuro per qualche tempo. 

Giovanni e Andrea Rizzo, rispettivamente padre e figlio, il primo operaio 49enne già noto alle forze dell’ordine, il secondo commerciante 27enne, sono stati arrestati all’alba di oggi per favoreggiamento in omicidio aggravato, in seguito alle indagini portate avanti dai carabinieri del Nucleo investigativo di Taranto, del Nucleo operativo di Manduria e dei militari della sezione di polizia giudiziaria della Procura tarantina. Una grave accusa, per i due tavianesi, in una vicenda che ha insanguinato la provincia jonica.

Al centro della vicenda, l’assassinio del pregiudicato Francesco Galeandro, avvenuto a Pulsano il 22 luglio scorso. I primi tre presunti responsabili erano già stati arrestati a fine settembre, e fra questi spicca il nome di  Vito Nicola Mandrillo. Proprio Mandrillo e un nuovo indagato, Giuliano Parisi, 36enne operaio di Francavilla Fontana, si sarebbero nascosti in casa dei Rizzo. Ritenuti il pulsanese e il francavillese dagli inquirenti i due esecutori materiali, la loro fuga a Taviano sarebbe servita per evitare gli accertamenti tecnici utili a rilevare tracce di polvere da sparo.

Questa mattina, dunque, per quella vicenda si è arrivati a sei nuovi provvedimenti cautelari (quattro dei quali in carcere; ai domiciliari sono rimasti solo padre e figlio tavianesi) emessi dal gip Vilma Gilli, su richiesta del sostituto procuratore Antonella De Luca. Oltre ai già citati Giovanni e Andrea Rizzo e a Giuliano Parisi, vi sono anche Antonio Serafino, 73enne pensionato di Pulsano, Giuseppe Giaquinto, 28enne operaio di Pulsano e Vincenzo Caldararo, 46enne operaio di Crispiano, tutti già noti alle forze dell’ordine.

Per quell’omicidio estivo maturato nell’ambito della criminalità tarantina, il  27 settembre scorso, erano stati fermati Vito Nicola Mandrillo, ritenuto, come detto, esecutore materiale dell’assassinio, Maurizio Agosta, mandante e Giovanni Pernorio, in qualità di favoreggiatore e custode delle armi. Al momento sono tutti ancora in carcere. Nel corso delle indagini, i carabinieri avevano anche sequestrato una pistola semiautomatica calibro 7.65 parabellum con matricola abrasa e munizioni.

E quelle indagini, va detto, non si sono fermate con i primi tre fermi, ma sono andate avanti per individuare il secondo killer materiale sulla scena. La sua esistenza, non una mera supposizione, ma un dato accertato visto che Galeandro è stato colpito sia dai proiettili di una pistola calibro 9x21, sia da quelli calibro 7.62 per kalashnikov. Gli investigatori, insomma, erano certi che un agguato così efferato, realizzato mentre la vittima era in movimento con la propria Smart, doveva essersi avvalso di un sistema organizzativo più ampio.

Gli approfondimenti condotti dai carabinieri sotto la guida della Procura jonica hanno così consentito di delineare un quadro più ampio, anche di coperture. Nello specifico, gli inquirenti hanno raccolto gravi indizi di colpevolezza a carico di Parisi, ritagliando per lui il ruolo determinate di secondo componente del gruppo di fuoco. Avrebbe quindi agito materialmente con Mandrillo. E non solo.

Se Agosta è stato visto come ideatore, mandante e finanziatore dell’omicidio, voluto per il controllo criminale di Pulsano, secondo il teorema accusatorio, questi, con Serafino, Caldararo, Giaquinto e Mandrillo, avrebbe organizzato l’assassinio con sopralluoghi e summit riservati, recuperando anche le armi da impiegare.

I Rizzo di Taviano entrano in seguito nella vicenda. Un ruolo marginale, forse, almeno rispetto all’organizzazione criminale pulsanese, ma comunque fondamentale per la seconda fase, quella della fuga. Un supporto, quello fornito, che però è costato loro molto caro. Non solo. C'è un particolare che potrebbe rivelarsi se non utile, quantomeno interessante, ai fini investigativi per ricostruire rapporti e trame.

Giovanni Rizzo, infatti, è fra coloro finiti a processo nell'ambito dell'operazione "Baia Verde" dei carabinieri del Ros e della compagnia di Gallipoli sulle attività del clan Padovano, e in particolare sulla seconda generazione, visto che fra i principali nomi nell'inchiesta vi è quello di Agelo Padovano, figlio dell'boss Salvatore, alias "Nino Bomba", assassinato su ordine del fratello Rosario Pompeo.  

Quanto al movente dell’assassinio, secondo gli investigatori Galeandro sarebbe diventato nel tempo una figura scomoda nella spartizione degli affari illeciti derivanti dallo spaccio di sostanze stupefacenti a Pulsano e vicinanze, al punto da indurre Agosta a emettere una vera e propria sentenza di morte, eseguita dopo un’accurata fase organizzativa condotta con metodi paramilitari, incontri preparatori, individuazione e procacciamento delle armi e sopralluoghi sul posto prescelto per l’agguato.

I due sicari, quel giorni, si nascosero per ora in attesa nella fitta vegetazione. Una vicenda che richiama alla mente le spietate esecuzioni della mafia salentina delle origini.

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