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L'arrivo dei poliziotti in via Niccolò Machiavelli, a Lecce

L'arrivo dei poliziotti in via Niccolò Machiavelli, a Lecce

Tentato omicidio alla 167, chiesti 12 anni per un giovane leccese

Sta per volgere al termine il processo sull’aggressione avvenuta l’8 maggio del 2018 sul terrazzo di un’abitazione in via Nicolò Machiavelli, a Lecce. Attesa per venerdì prossimo, la sentenza

LECCE - C’è la richiesta di condanna sulla brutale aggressione avvenuta l’8 maggio del 2018 sul terrazzo dell’abitazione al civico 3 di via Niccolò Machiavelli, nella zona 167 di Lecce. Sono 12 gli anni invocati dal sostituto procuratore Maria Rosaria Micucci per Michael Signore, il 20enne leccese accusato di aver crivellato con colpi di arma da fuoco il concittadino Riccardo Savoia, di 37 anni, e di averlo ferito con un coltello alla gola.

L’istanza è stata formulata oggi nel processo discusso col rito abbreviato dinanzi al gup Giovanni Gallo. La parola è poi passata all’avvocato difensore Mariangela Calò che ha chiesto la riqualificazione del reato, da tentato omicidio in lesioni gravissime, il riconoscimento sia delle attenuanti generiche (così come il pubblico ministero), essendo l’imputato incensurato e reo confesso, che della provocazione, e l’esclusione della premeditazione. Atteso per venerdì prossimo, dopo le repliche del pm, il verdetto.

A Signore sono contestate anche la detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, perché durante la perquisizione domiciliare, i poliziotti trovarono 139 grammi di cocaina (dai quali si sarebbero potute ricavare più di 790 dosi), e l’accusa di rapina, perché dopo l’aggressione, il 20enne si sarebbe impossessato del borsellino, con all’interno 200 euro, dell’orologio, degli occhiali da sole e dell’Iphone X del malcapitato. Per quest’ultimo reato, il difensore, ha chiesto l’assoluzione, perché sarebbe stato Savoia a perdere questi oggetti durante la colluttazione. A spiegarlo fu lo stesso imputato, nella scorsa udienza, durante un lungo interrogatorio al quale decise di sottoporsi per raccontare la sua verità.

A detta dell’imputato, la pistola si trovava sul luogo dell’appuntamento, fissato per la vendita di sostanze stupefacenti, solo per ragioni fortuite, legate a un possibile e temuto controllo da parte delle forze dell’ordine. In videoconferenza dal carcere di Trani, il giovane spiegò pure che non aveva alcuna intenzione di uccidere, ma di aver reagito in quel modo solo perché istigato, minacciato di morte e aggredito fisicamente dal 37enne per essersi presentato in ritardo all’incontro; precisò inoltre che semmai avesse voluto commettere un omicidio, non l’avrebbe mai organizzato in casa sua né avrebbe chiamato i soccorsi.

Certo è che la vittima fu sottoposta a un delicato intervento chirurgico (uno dei proiettili si fermò a soli due millimetri dal cervello) ma, per ragioni sconosciute, non è nel processo, avendo preferito non costituirsi parte civile.

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