Tra vecchie e nuove leve, ascesa e caduta di un gruppo criminale

Quello smantellato dai carabinieri nella notte è un gruppo eterogeneo, composto da soggetti già condannati per omicidio e ragazzi incensurati. Il loro obiettivo far soldi con la droga

LECCE – Un gruppo eterogeneo, formato da vecchi e nuovi volti della criminalità, con un unico e preciso scopo: fare soldi, tanti soldi, con il traffico e lo spaccio di droga. Ma il denaro, si sa, provoca dissidi e contrasti che, nel mondo criminale, conducono a una spirale di sangue e morti ammazzati, vendette e faide. Vicende di cui è piena la storia recente del Salento.

Nel gruppo sgominato la notte scorsa dai carabinieri del comando provinciale di Lecce, spiccano i nomi di Antonio Librando, 51enne, e Gianni Vantaggiato, 48anni. Entrambi furono arrestati a maggio del 1999 nell’ambito dell’operazione “Viribus unitis” (così battezzata perché condotta congiuntamente da polizia e carabinieri), che smantellò il clan Scarlino-Giannelli, uno più potenti e spietati del Salento. Furono processati e condannati a vent’anni di carcere per l’omicidio di Lucio Stifani, ammazzato nel 1992 ad Ugento a soli 24 anni in un regolamento di conti legato al traffico di droga. Il corpo, semi carbonizzato, fu trovato in una discarica. Librando e Vantaggiato erano usciti dal carcere da una manciata di anni.

Altro nome di spicco quello di Biagio Manni, 50enne, alle spalle una lunga pena detentiva per l’omicidio di Vito Renna, il 32enne assassinato nel luglio 1990 davanti alla sua paninoteca ad Alliste. Ritenuto uno dei due killer, fu arrestato con un complice in un paesino della Germania occidentale, dove si era rifugiato per sfuggire alla cattura. Nel marzo del 2016 un nuovo arresto per il possesso di una pistola semiautomatica calibro 7,65, con caricatore inserito e quattro proiettili, rubata in un’abitazione di Casamassima, in provincia di Bari, nel lontano luglio del 2007. Per lui in abbreviato una condanna a tre anni. E ancora Luciano Manni, 65 anni, condannato per associazione mafiosa.

Accanto a loro figure emergenti, come Daniele Manni, 32enne con piccoli precedenti, chiamato a reggere il sodalizio e capace, secondo l’ipotesi accusatoria, di impugnare una pistola e finire “il lavoro” mancato cinque giorni prima, sparando alla tempia di un ragazzo di soli 22 anni che, forse, di lui si fidava. Personaggio “pittoresco” Pietro Bevilacqua, 32enne amico di Fasano, già condannato in primo grado a tre anni e quattro mesi di reclusione per aver fatto irruzione nella stazione dei carabinieri di Melissano, insieme ad un amico, per “vendicare” l’arresto del fratello, destinatario di un’ordinanza del Tribunale di sorveglianza di Lecce.

Ci sono poi gli incensurati come la stessa vittima, Francesco Fasano, faccia da ragazzino imberbe, inglobato e travolto da un sistema più grande di lui, ammazzato senza pietà per punire il gruppo rivale. Incensurato anche uno dei presunti assassini, Angelo Rizzo, che a soli 23 anni rischia una lunga condanna per omicidio e associazione. Infine Luca Rimo, spacciatore conteso dai due gruppi, trovato in possesso di circa 650 grammi di polvere pirica.

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Storie vecchie e nuove di morte e carcere, di un gruppo che voleva far soldi con la droga, colmando un “vuoto di potere” creato dagli arresti e dalle operazioni che negli ultimi anni hanno sgominato i clan della Scu. Un gruppo rispettoso e rispettato dagli affiliati alla Sacra corona, imploso dall’interno e finito sotto la lente di magistratura e forze dell’ordine, sullo sfondo di un Salento lontano dalle immagini di copertina e di una terra intrisa di sangue.

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