Cronaca

Tracollo Alitalia, per la prima volta Mef condannato a risarcire azionisti

Il giudice monocratico della seconda sezione civile, Italo Mirko De Pasquale, ha riconosciuto le ragioni di due salentini a vedersi restituire i soldi investiti. E si parla di cifre per centinaia di migliaia di euro. Uno spiraglio per altri 20mila che hanno perso i risparmi

@TM News/Infophoto

LECCE – Arriva da Lecce una sentenza che risale al 7 maggio scorso, e passata in giudicato ieri, 22 giugno 2015 (una data da segnarsi sul calendario), che apre uno spiraglio agli azionisti di Alitalia, i quali hanno visto assottigliarsi i loro risparmi a causa del fallimento dell’azienda. Per la prima volta, un tribunale ha condannato il ministero dell’Economia e delle finanze, visto il danno arrecato ai piccoli investitori. Il giudice monocratico della seconda sezione civile, Italo Mirko De Pasquale, ha riconosciuto le ragioni di due salentini a vedersi restituire i soldi investiti. E si parla di importi per centinaia di migliaia di euro.

Gli altri procedimenti intentati in precedenza per lo stesso motivo in diverse località italiane erano stati tutti rigettati. Il che rende questo pronunciamento, ora definitivo, ancor più degno di nota. In fin dei conti, i risparmiatori dovettero subire le decisioni del ministero sull’ex compagnia di bandiera, senza che fosse nemmeno convocata un’assemblea in cui deliberare se vendere o meno Alitalia. E con il titolo in caduta libera, arrivò il danno per le tasche. Per alcuni una vera batosta. Roba da restare quasi sul lastrico.

Senza che nessuno fra i "piccoli" potesse dire la sua nella vicenda, il 29 agosto 2008 l’allora neo presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, dispose l’ammissione di Alitalia alla procedura di amministrazione straordinaria, non cercando più qualcuno al quale vendere.

E’ andata in porto, dunque, la causa portata avanti dall’avvocato Francesco Toto, cui è seguita nello stesso procedimento anche quella dell’avvocato Giuseppe Lombardo, per due distinti azionisti della provincia di Lecce. Una storia per la quale ricorre in parallelo anche una denuncia penale, depositata il 5 dicembre del 2013 dai legali dell’associazione Sportello dei diritti, Francesco D’Agata e lo stesso Toto, che per il momento, però, resta in sospeso.

Lo Sportello dei diritti, tuttavia, oggi – così come i legali Toto e Lombardo, i loro assistiti e, potenzialmente, altri 20mila “defraudati” – segnano un punto a favore di quelli che possono cambiare le sorti di un campionato, volendo usare una metafora sportiva.

“La sentenza è chiara in punto di fatto e di diritto”, commenta il fondatore dell’associazione, Giovanni D’Agata. “Accolta la domanda del capofila dei piccoli azionisti, il Tribunale ha ritenuto che, sia il danno per protrazione ingiustificata dell’attività di un’impresa in crisi irreversibile, sia soprattutto il danno da affidamento incolpevole nelle false dichiarazioni del ministro dell’Economia e delle finanze, in qualità di presidente del Cda Aliatalia, tutte protese a rassicurare i creditori e il mercato circa il salvataggio, il rilancio e il mantenimento della continuità aziendale della compagnia di Stato, debbano essere risarciti dal Mef secondo l’articolo 2043 del codice civile, più gli interessi e la rivalutazione”.

Nelle motivazioni di una sentenza lineare, espressa in appena due pagine, il giudice De Pasquale, infatti, ritiene “provata la sussistenza di tutti i presupposti necessari per configurare la responsabilità del Mef […], attesa la prosecuzione dell’attività aziendale di Alitalia Linee Aeree Italiane SpA pur in mancanza di prospettive industriali e determinando così l’affidamento incolpevole degli azionisti circa la volontà dello Stato di sostenere Alitalia e di evitare il fallimento e l’insolvenza della società”.

Tagliando corto, si potrebbe riassumere così: da proclami, relazioni e bilanci dell’azienda e del commissario straordinario Augusto Fantozzi, si evinceva allora come la gloriosa (ex) compagnia di bandiera non dovesse fallire mai e poi mai. 

“Che il Governo Prodi, va rammentato – aggiunge D’Agata, facendo un breve excursus storico - e ancor di più l’ex cavaliere manifestassero il proprio appoggio al progetto di salvataggio della compagnia di Stato si rivelò circostanza atta a rafforzare il convincimento degli investitori”. “A sostegno del principio di omogeneità e univocità degli intenti di sostenere per poi privatizzare e rilanciare Alitalia, il premier uscente – aggiunge -, d’intesa con il premier in pectore, varò un prestito cosiddetto “ponte” di 300 milioni di euro, all’espresso fine di evitarne il commissariamento, creando le premesse per una soluzione alternativa a quella francese”.

Questo accadeva a cavallo delle elezioni, ma dopo che Berlusconi fu eletto presidente del Consiglio, “durante le operazioni e le trattative di vendita ad Air France Klm, il 6 giugno 2008 il titolo Alitalia, con sommo stupore degli azionisti di minoranza, fu sospeso dalle contrattazioni in Borsa italiana per non essere mai più riammesso. In violazione a ogni principio e diritto ad avere corrette, precise e preventive informazioni a tal riguardo dal Mef”. Il tutto all’ombra del famigerato “Piano Fenice”.

Il Governo, ad agosto del 2008, rinunciò alla ricerca di un compratore della quota di controllo avviando la procedura di amministrazione straordinaria e per gli azionisti arrivò il buio pesto di un titolo in mano del valore inferiore alla carta che lo rappresentava. E qualcuno con sarcasmo amaro in cuor suo probabilmente commentò: azionisti di bordo, prepararsi al tracollo. 

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