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Truffa ai danni di un cieco, assolti fratello, cognata e impiegato postale

Emesso il verdetto sulla vicenda partita nell’estate del 2014, dopo la denuncia di un uomo. L’accusa aveva chiesto una condanna a otto mesi per ciascun imputato. Ma per il giudice “il fatto non sussiste”

LECCE - Erano finiti sotto processo quattro anni fa, con l’accusa di aver raggirato un parente affetto da cecità grazie alla complicità di un dipendente delle Poste. Ma alla fine il processo in cui il fratello e la cognata, Claudio Lo Deserto, 64 anni, e la moglie, Vincenza Nicoletti, 61, di Lecce, rispondevano di truffa insieme all’impiegato postale Manuel Cupiraggi, 42, di Giorgilorio (frazione di Surbo), si è concluso con un’assoluzione “perché il fatto non sussiste”.

Per conoscere le ragioni che hanno convinto il giudice Stefano Sernia a emettere un verdetto di non colpevolezza, respingendo così la richiesta di condanna a otto mesi di reclusione avanzata dalla pubblica accusa per ciascun imputato, bisognerà attendere i prossimi novanta giorni, entro i quali saranno depositate le motivazioni della sentenza.

La difesa degli imputati, rappresentata dagli avvocati Anna Denise Berio, Francesca Conte e Emanuela Toscano, ha sostenuto come l’intera vicenda giudiziaria sia scaturita da una denuncia strumentale della presunta vittima che, al contrario di quanto dichiarato, sarebbe stata messa al corrente di ogni operazione ritenuta illecita. Ma andiamo con ordine.

Nell’estate del 2014, Lo Deserto avrebbe incassato 16mila euro dopo aver stipulato con una banca un contratto di finanziamento nel quale indicava come garante il fratello che, però, stando all’accusa, sarebbe stato tenuto all’oscuro di tutto. Ma non finisce qui. In seguito, nelle tasche del 64enne sarebbero finiti altri 22mila euro, stavolta con la complicità della consorte e del dipendente delle poste. Quest’ultimo, approfittando del rapporto di fiducia con il malcapitato, l’avrebbe convinto a dare garanzia fideiussoria per un finanziamento in favore della cognata per un importo di 5mila euro, quindi di gran lunga inferiore al reale, con la rassicurazione che sul suo conto corrente non si sarebbe ritrovato alcun addebito.

Ma, come detto, le accuse sono cadute nel processo terminato nei giorni scorsi sia per i due familiari (ai quali erano contestati anche i reati di minaccia e ingiuria) che per Cupiraggi il quale, per una vicenda analoga, nel maggio 2019, ha rimediato una condanna a cinque anni di reclusione per peculato, rispetto alla quale è stato proposto appello.

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