Mercoledì, 4 Agosto 2021
Cronaca

“Tu non sai chi sono io”, poi la coltellata per strada e oggi la sua condanna

E’ di cinque anni e quattro mesi di reclusione il verdetto nei riguardi del 29enne di Casarano, accusato di aver aggredito un automobilista. Nell’ottobre 2019, fu vittima di un agguato mafioso

CASARANO - E’ tornato in tribunale ma stavolta come imputato Antonio Amin Afendi, il 29enne di Casarano ritenuto dagli inquirenti potenziale successore del boss assassinato Augustino Potenza e vittima, il 25 ottobre del 2019, di un sanguinoso agguato in stile mafioso, a colpi di kalashnikov.

La vicenda di cui rispondeva oggi nel processo discusso col rito abbreviato non aveva nulla a che vedere con il contesto della criminalità organizzata, ma riguardava l’accoltellamento di un automobilista con cui Afendi aveva avuto un diverbio lo scorso 22 novembre.

E’ di cinque anni e quattro mesi di reclusione la condanna per lesioni personali gravi che gli è stata inflitta dal giudice Sergio Tosi, in linea alla richiesta avanzata dal pubblico ministero Erika Musetti.

La sentenza ha inoltre riconosciuto il risarcimento del danno alla vittima che si era costituita parte civile con l’avvocato Simone Viva: una provvisionale di diecimila euro, mentre il resto sarà quantificato e liquidato in separata sede.

Il malcapitato, un operaio di 49 anni, avrebbe pagato a caro prezzo il fatto di aver attribuito ad Afendi una violazione stradale: prima sarebbe stato minacciato con frasi del tipo “tu non sai chi sono io”; “tu non sai cosa rischi”, poi si sarebbe ritrovata la lama di nove centimetri di un coltello in ferro nel fianco sinistro. Finito in ospedale, per lui i tempi di guarigione sarebbero stati superiori a quaranta giorni.

Quanto al 29enne fu fermato dai carabinieri della stazione locale, poco dopo l’aggressione avvenuta in via Solferino, a Casarano, che in mano stringeva ancora l’arma.  

Dopo il suo arresto, durante l’interrogatorio, nel tentativo di far ricadere ogni responsabilità sulla vittima, affermò di aver estratto il coltello per legittima difesa, e di non essersi accorto di aver procurato la grave ferita all’addome. Per il giudice Tosi, la sua ricostruzione è del tutto inverosimile, e comunque smentita dalle dichiarazioni “limpide e convergenti” del malcapitato e della compagna che aveva assistito all’aggressione, “persone rispetto alle quali non sussistono motivi tali da far dubitare della loro credibilità”.

L’imputato era difeso dall’avvocato Vito Lisi.

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