Uccise il figlio di due anni, è colpevole ma la Cassazione dispone un nuovo processo

Ci sarà un nuovo processo per Gianpiero Mele, 28enne originario di Taurisano, accusato dell'omicidio del figlio Stefano, un bimbo di poco più di due anni barbaramente assassinato dal padre. I giudici della Suprema Corte hanno annullato con rinvio, pur confermando la colpevolezza dell'imputato, la condanna a 30 anni

Il balcone dell'appartamento di Torre San Giovanni in cui avvenne l'omicidio.

LECCE – La Corte di Cassazione non ha ancora scritto la parola fine, almeno dal punto di vista giudiziario, in una delle storie più crudeli e dei delitti più efferati della storia del Salento. I giudici della Suprema Corte hanno annullato con rinvio, pur confermando la colpevolezza dell’imputato, la sentenza di condanna a trent’anni reclusione dalla Corte d’appello di Lecce nei confronti di Gianpiero Mele, 28enne originario di Taurisano, accusato dell’omicidio del figlio Stefano, un bimbo di poco più di due anni barbaramente assassinato dal padre.

Sarà una nuova sezione della Corte d’appello a pronunciarsi sulle circostanze generiche e sull’aggravante e a determinare la pena. Rigettato il ricorso della difesa sulla presunta incapacità di intendere e volere. Confermato anche il risarcimento nei confronti delle parti civili civile, rappresentate dagli avvocati Salvatore Centonze (nella foto) Alessandro Stomeo. I giudici, infatti, accogliendo in pieno la tesi dei penalisti, hanno riconosciuto all’ex compagna di Mele, Angelica Bolognese, e ai nonni del piccolo Stefano una provvisionale di 100mila euro, mentre il risarcimento sarà stabilito in sede civile. Mele è assistito dal professor Carlo Federico Grosso e dall'avvocato Angelo Pallara.

Una tragedia familiare che a distanza di anni continua a scuotere le coscienze e a suscitare dolore e angoscia in tutto il Salento. In quel tragico pomeriggio d’inizio estate, era il 30 giugno 2010, l’orrore e la follia si manifestarono in tutta la loro ferocia, poco dopo le 15, in una palazzina di via Monte Pollino, alla periferia di Torre San Giovanni, marina di Ugento.

Mele, dopo aver acquistato della corda in un negozio di ferramenta vicino alla sua casa al mare, fece un cappio, legò il figlioletto ad una porta e cercò di impiccarlo. Poi, per alleviarne le sofferenze, impugnò un taglierino (acquistato nella stessa ferramenta) e gli tagliò la gola. Sono questi i particolari di un omicidio difficile da spiegare, dettato dalla gelosia e dalla paura di essere abbandonato dalla propria compagna. Un delitto atroce che ha visto come vittima un bimbo innocente e che ha inesorabilmente distrutto due famiglie.

Senza titolo-1-11-35L’accusa nei confronti dell’imputato è di omicidio volontario con le aggravanti di aver agito con crudeltà e nei confronti di un essere indifeso per età; di aver agito con premeditazione, nei confronti di suo figlio e per futili motivi.

Mele, che dopo l’omicidio cercò invano di togliersi la vita, procurandosi varie ferite all'addome e un profondo taglio alle vene del polso sinistro, usando con ogni probabilità la stessa arma con cui aveva assassinato il figlioletto, non era presente in aula. Il padre infanticida si trova attualmente ricoverato in una clinica specializzata in provincia di Bari. Le sue condizioni non sono, secondo una perizia eseguita dal dottor Domenico Suma a fine agosto 2010, compatibili con il regime carcerario.

Secondo i giudici dunque l’imputato era cosciente al momento dell’omicidio. La difesa di Mele ha sempre sostenuto invece, attraverso la perizia di un consulente, il dottor Serafino De Giorgi,  che il 26enne di Taurisano era incapace di intendere e di volere al momento dell’omicidio. Una tesi confutata dai due consulenti nominati dal Tribunale, lo psichiatra Domenico Suma e il professor Antonello Bellomo. I due esperti hanno stabilito, in una perizia di circa novanta pagine, che l’imputato era capace di intendere e di volere al momento del delitto.

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Una perizia che ha rafforzato la tesi dell'accusa secondo cui il tragico gesto di Mele sarebbe stato premeditato. Una tesi supportata principalmente da due prove: la lettera lasciata dall'uomo e l'acquisto della corda e del taglierino utilizzati per uccidere Stefano. Acquisti avvenuti poco prima di quel terribile omicidio. 

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