Uccise il figlio di soli due anni, torna libero: scaduti i termini di custodia

In attesa della pronuncia della Caasazione, prevista per il 21 aprile, Mele rimane comunque ricoverato in una struttura

LECCE – In carcere non c’è mai stato, poiché le sue condizioni non sono, secondo una perizia eseguita da uno psichiatra, compatibili con il regime carcerario. Per questo Gianpiero Mele, 30enne originario di Taurisano, accusato dell’omicidio del figlio Stefano di soli due anni, si trova dal 2010 in una clinica specializzata in provincia di Bari. Da ieri, però, è di nuovo libero per la scadenza dei termini di custodia cautelare.

Un paradosso causato dai tempi lunghi della giustizia nostrana. Nel 2015, infatti, la Corte di Cassazione aveva annullato con rinvio, pur confermando la colpevolezza dell’imputato, la sentenza di condanna a trent’anni reclusione emessa dalla Corte d’appello di Lecce nei confronti dell’imputato. Si trattava di un rinvio di natura tecnica, poiché i giudici in appello non avevano motivato la parte riguardante la mancata concessione delle attenuanti generiche e l’aggravante dei futili motivi.

Il nuovo processo d’appello per una delle storie più crudeli e dei delitti più efferati della storia del Salento, celebrato a maggio scorso, si era concluso con una nuova condanna a trent’anni bimbo di poco più di due anni barbaramente assassinato dal padre. I giudici della Corte d’assise d’appello di Taranto, avevano confermato, dopo quasi tre ore e mezza di camera consiglio, il verdetto già emesso dai colleghi di Lecce nei confronti dell’uomo. La Cassazione aveva già confermato anche il risarcimento nei confronti delle parti civili, rappresentate dagli avvocati Salvatore Centonze e Alessandro Stomeo. I giudici, infatti, accogliendo in pieno la tesi dei penalisti, hanno riconosciuto all’ex compagna di Mele e ai nonni del piccolo Stefano una provvisionale di 100mila euro, mentre il risarcimento sarà stabilito in sede civile.

La Cassazione è stata nuovamente chiamata a esprimersi sul caso. L’udienza, fissata inizialmente a giugno, è stata poi anticipata al 21 aprile, comunque dopo la scadenza dei termini di custodia cautelare.

Si tratta di una tragedia familiare che a distanza di anni continua a scuotere le coscienze e a suscitare dolore e angoscia in tutto il Salento. In quel tragico pomeriggio d’inizio estate, era il 30 giugno 2010, l’orrore e la follia si manifestarono in tutta la loro ferocia, poco dopo le 15, in una palazzina di via Monte Pollino, alla periferia di Torre San Giovanni, marina di Ugento.

Mele, dopo aver acquistato della corda in un negozio di ferramenta vicino alla sua casa al mare, fece un cappio, legò il figlioletto ad una porta e cercò di impiccarlo. Poi, per alleviarne le sofferenze, impugnò un taglierino (acquistato nella stessa ferramenta) e gli tagliò la gola. Sono questi i particolari di un omicidio difficile da spiegare, dettato dalla gelosia e dalla paura di essere abbandonato dalla propria compagna. Un delitto atroce che ha visto come vittima un bimbo innocente e che ha inesorabilmente distrutto due famiglie.

L’accusa nei confronti dell’imputato è di omicidio volontario con le aggravanti di aver agito con crudeltà e nei confronti di un essere indifeso per età; di aver agito con premeditazione, nei confronti di suo figlio e per futili motivi.

Mele dopo l’omicidio cercò invano di togliersi la vita, procurandosi varie ferite all'addome e un profondo taglio alle vene del polso sinistro, usando con ogni probabilità la stessa arma con cui aveva assassinato il figlioletto.

Secondo i giudici dunque l’imputato era cosciente al momento dell’omicidio. La difesa di Mele ha sempre sostenuto invece, attraverso la perizia di un consulente, Serafino De Giorgi, che il 29enne di Taurisano era incapace di intendere e di volere al momento dell’omicidio. Una tesi confutata dai due consulenti nominati dal Tribunale, lo psichiatra Domenico Suma e il professor Antonello Bellomo. I due esperti hanno stabilito, in una perizia di circa novanta pagine, che l’imputato era capace di intendere e di volere al momento del delitto.

Una perizia che ha rafforzato la tesi dell'accusa secondo cui il tragico gesto di Mele sarebbe stato premeditato. Una tesi supportata principalmente da due prove: la lettera lasciata dall'uomo e l'acquisto della corda e del taglierino utilizzati per uccidere Stefano. Acquisti avvenuti poco prima di quel terribile omicidio.

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