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Giovedì, 19 Maggio 2022
Cronaca Maglie

Ucciso a 28 anni davanti al fast food, nessuno sconto per l’assassino

Il verdetto d’appello ha confermato i 19 anni di reclusione per Simone Paiano, il 27enne di Maglie che la notte del 25 aprile del 2019 uccise con un colpo di pistola alla gola il compaesano Mattia Capocelli

MAGLIE - Confermata in appello la condanna a 19 anni di reclusione per Simone Paiano, il 27enne di Maglie che, la notte tra il 24 e il 25 aprile del 2019, uccise con un colpo di pistola alla gola il compaesano Mattia Capocelli, di 28 anni, in via Don Luigi Sturzo, a Maglie.

La Corte d’Appello di Lecce (presieduta dal giudice Vincenzo Scardia) non ha modificato di una virgola la sentenza inflitta all’esito del processo discusso col rito abbreviato dal giudice Marcello Rizzo il 9 giugno del 2020: 16 anni, 5 mesi e 10 giorni, per l’omicidio, più 2 anni, 10 mesi e 20 giorni, per la detenzione dell’arma, oltre a un’ammenda di 60 euro per l’esplosione in luogo pubblico.

La sentenza stabilì anche un maxi risarcimento del danno per complessivi 750mila euro ai tre familiari della vittima che si erano costituiti parte civile con gli avvocati Arcangelo e Alberto Corvaglia: 300mila euro a testa per i genitori e 150mila per il fratello.

Una lieve riduzione, da un anno e cinque mesi a un anno e quattro mesi, è stata concessa ad altri tre uomini (difesi dagli avvocati Giuseppe Presicce, Vincenzo Blandolino, Simone Viva, Roberta Cofano, Alessandra Luchina), accusati di sequestro di persona, lesioni personali con l’aggravante dell’agevolazione mafiosa: Salvatore Maraschio, di 26 anni, Marco Cananiello, di 22, Andrea Marsella, di 29, tutti di Maglie. Confermata invece la pena a un anno per Domenico Tunno, 32enne, di Maglie, al quale era contestato il reato di favoreggiamento.

Non appena saranno depositate le motivazioni (entro novanta giorni), gli avvocati difensori di Paiano, Amilcare Tana e Dimitry Conte, proveranno a fare valere la loro tesi in Cassazione.

Secondo i legali, il 27enne agì per legittima difesa: è per proteggere il fratello, tenuto in ostaggio dal gruppo di Capocelli, che quella notte si procurò una pistola e raggiunse via don Luigi Sturzo. Qui, entrambi sarebbero stati aggrediti con un coltello e un machete e poi partì quel colpo che raggiunse il “rivale”. Per questo, sin dall’inizio dell’inchiesta, la difesa ha sostenuto che l’intenzione dell’imputato non era di uccidere. Tuttavia nel "primo" processo, il gup, in linea alla tesi della pm Maria Consolata Moschettini, titolare delle indagini, secondo cui il delitto maturò per contrasti legati alla gestione del traffico e dello spaccio di sostanze stupefacenti, ritenne che Paiano avrebbe dovuto e potuto chiedere aiuto alle forze dell’ordine anziché procurarsi un’arma.

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