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Domenica, 28 Novembre 2021
Cronaca Lequile

Ucciso mentre ritirava al bancomat: a processo i presunti rapinatori

Notificato in queste ore il decreto di giudizio immediato nei riguardi dei due uomini ritenuti responsabili dell’omicidio di Giovanni Caramuscio, ex direttore di banca 69enne di Monteroni, avvenuto la sera dello scorso 16 luglio, a Lequile

LEQUILE - Si aprirà il 24 febbraio davanti alla Corte d’Assise di Lecce, il processo nei riguardi di Mecaj Paulin, 31enne albanese, e Andrea Capone, 28 anni, di Lequile, accusati della rapina sfociata nell’omicidio di Giovanni Caramuscio, ex direttore di banca 69enne di Monteroni, avvenuto la sera dello scorso 16 luglio.

A fissare il dibattimento è stata la giudice Laura Liguori - la stessa gip che aveva firmato l’ordinanza di arresto per entrambi gli indagati - nel decreto di giudizio immediato notificato in queste ore agli avvocati difensori Luigi Rella, Raffaele De Carlo e Maria Cristina Brindisino, su istanza del pubblico ministero Alberto Santacatterina, titolare delle indagini.

Nella prima udienza, i familiari della vittima potranno costituirsi parte civile con l’avvocato che li ha assistiti in questi mesi di dolore, Stefano Pati.

Stando alle indagini, sarebbe stato Mecaj, anch’egli residente a Lequile, ad aprire per due volte il fuoco con una pistola contro il malcapitato, mentre ritirava i soldi dallo sportello bancomat, dopo la reazione avuta da questo nei riguardi del presunto complice, individuato dai carabinieri in Capone, al quale sferrò un pugno.

Il delitto avvenne sotto gli occhi terrorizzati della moglie del 69enne e fu ripreso dalle telecamere di sorveglianza dell’istituto di credito. Proprio attraverso i filmati, fu possibile ricostruire le sequenze dell’azione criminale e risalire ai due giovani. Non solo. Fu fondamentale anche il racconto di un testimone che vide un uomo recarsi in direzione di un pozzo con una busta e ritornare a mani vuote. Quella busta fu recuperata dai militari dell’Arma e conteneva alcuni degli indumenti corrispondenti a quelli utilizzati durante la rapina, come riscontrato dai video esaminati.

In linea a quanto sostenuto dal pm, al momento del fermo, anche per la gip sussistevano gravi indizi di colpevolezza per entrambi, nei riguardi dei quali l’unica misura ritenuta idonea fu quella del carcere, poiché se lasciati liberi sarebbe stato alto il pericolo di fuga. Questo in considerazione anche del comportamento avuto da Capone che subito dopo il delitto e nei giorni successivi non ritornò nel suo appartamento a Lequile (vicino alla banca, nei pressi della quale è avvenuto il delitto) e poiché Mucaj, essendogli scaduto il permesso di soggiorno, avrebbe potuto ritornare in Albania.

Entrambi, durante l’interrogatorio, si avvalsero della facoltà di non rispondere.

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