Cronaca

Morì dopo intervento, chiesto risarcimento da 700mila euro

E' slittata al prossimo 7 maggio l'udienza preliminare relativa al processo sulla morte di Anna Guido, la 71enne deceduta in circostanze sospette il 20 aprile del 2010. Citata come responsabile civile la clinica "Città di Lecce"

Foto LeccePrima (tutti i diritti riservati).

 

LECCE – E' slittata al prossimo 7 maggio l’udienza preliminare relativa al processo sulla morte di Anna Guido, la 71enne di Maglie deceduta in circostanze sospette il 20 aprile del 2010 dopo un intervento al cuore. Un rinvio dettato dalla necessità di citare il responsabile civile: la clinica privata “Città di Lecce”. Il processo vede come imputato, con l’accusa di omicidio colposo derivante da colpa medica, il primario di cardiochirurgia della clinica, il dottor Giampiero Esposito.

Secondo i riscontri dell'esame autoptico, svolto dai medici legali Roberto Vaglio e Giovanni Ferlan, a causare la morte della donna fu un'infezione delle valvole cardiache, una delle quali le sarebbe stata impiantata nel corso di un intervento chirurgico del 24 febbraio del 2010. Secondo l’ipotesi accusatoria quell’interevento al cuore non solo non sarebbe stato necessario, ma potrebbe anche aver provocato l’infezione.

Una tesi, quella accusatoria, confutata dalla difesa dell'imputato, rappresentata dall'avvocato Donato Mellone. Nelle memorie difensive si evidenzia, infatti, come lo stesso cardiologo curante della donna, il dottor Falco, ascoltato nel corso delle indagini difensive, ha confermato di avere indirizzato la paziente presso il dottor Esposito, ritenendo necessario l'intervento chirurgico. Il consulente della difesa, il dottor Gaetano Contegiacomo della clinica Santa Maria di Bari, ha inoltre smentito categoricamente la consulenza del pubblico ministero, evidenziando come, secondo le attuali linee guida internazionali, vi era documentalmente ogni indicazione all'intervento chirurgico urgente.

A dare avvio alle indagini fu la denuncia presentata dai parenti (il marito e i due figli) della donna, che si sono già costituiti come parte civile. I familiari, assistiti dagli avvocati Luigi, Arcangelo e Alberto Corvaglia, hanno chiesto un risarcimento pari a 700mila euro.

 

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