Martedì, 15 Giugno 2021
Cronaca

Un anno fa la cattura del latitante Perrone, dopo un'autentica caccia all'uomo

Il blitz degli agenti della Squadra mobile e della polizia penitenziaria scattò a Trepuzi all'alba del 9 gennaio 2016

LECCE – E’ trascorso un anno da uno dei blitz più spettacolari della storia del Salento, la cattura di Fabio Perrone, il 43enne di Trepuzzi arrestato all’alba del 9 gennaio 2016, a distanza di 63 giorni dalla straordinaria (al pari del suo arresto e trasferimento in carcere) e sanguinosa evasione dall’ospedale “Vito Fazzi” di Lecce. Un’autentica caccia all’uomo che aveva visto impegnate tutte le forze dell’ordine. L’irruzione, cui avevano partecipato una trentina di persone tra agenti della polizia di Stato e penitenziaria, era scattato intorno alle 5.45.

Gli uomini della prima sezione criminalità organizzata e catturandi (un gruppo di élite d’investigatori) e i colleghi della penitenziaria, dopo aver circondato l’edificio, avevano raggiunto il primo piano dello stabile e con uno stratagemma erano penetrati all’interno dell’abitazione. “Triglietta” era stato sorpreso e bloccato dopo un inutile, quanto disperato, tentativo di fuga dal terrazzo dell'abitazione dove si nascondeva, senza neanche dargli il tempo di reagire. Lui non aveva opposto resistenza. Professionalità, sangue freddo, tempestività e cura di minimo dettaglio erano stati gli ingredienti alla base di un blitz perfetto, in cui nemmeno un singolo colpo era stato esploso.

Il ricercato aveva trovato rifugio nella sua Trepuzzi, al civico 54 di via 2 Giugno, una palazzina a un piano in una stradina periferica che dal paese d'origine del ricercato conduce verso Novoli. L'evaso aveva con sé la pistola Beretta sottratta all'agente di polizia penitenziaria al momento della fuga nei corridoi del "Vito Fazzi": all'interno dell'arma, vi erano 15 cartucce e il colpo in canna. Nell'abitazione anche un Kalashnikov, dieci cartucce calibro 12, alcuni cellulari e 4mila e 660 euro in contanti. Una fuga e una latitanza per certi versi ancora misteriosa.

Perrone si trova recluso nel carcere di Catanzaro Siano, uno degli istituti che fanno parte del circuito dell’alta sicurezza. Per quei fatti, a novembre scorso, il gup Carlo Cazzella lo ha condannato a dieci anni di reclusione al termine del giudizio con rito abbreviato. Il giudice ha condiviso la richiesta del pubblico ministero Stefania Mininni. Perrone, assistito dall’avvocato Ladislao Massari, risponde di evasione (aggravata da violenza e dall’uso delle armi), rapina, lesioni aggravate e della detenzione di armi e munizionamento. Dopo il deposito delle motivazioni della sentenza, la difesa proporrà appello. Nel corso di una precedente udienza “Triglietta” aveva preso la parola per alcune dichiarazioni spontanee, chiedendo perdono alla signora coinvolta nella fuga, per lo spavento e le conseguenze del suo gesto, e all’agente della polizia penitenziaria per le lesioni causate. “Non volevo fare del male a nessuno – ha affermato l’imputato – volevo solo scappare”.

Fabio Perrone è stato già condannato all’ergastolo (in primo e secondo grado) per il delitto di Fatmir Makovic, 45enne, e del tentato omicidio di suo figlio 16enne, avvenuti la notte tra il 28 e il 29 marzo 2014 in un bar di Trepuzzi. Il processo è pendente in Cassazione. 

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