Un delitto senza movente studiato nei minimi dettagli: mistero sempre più fitto

Tutti lo ricordano come un giovane timido e tranquillo. Una vita scandita dal lavoro. E nessun'ombra apparente nel passato. Qamil Hyrai, il pastore albanese ucciso a 23 anni a Torre Castiglione, non aveva telefonate anomale nel cellulare. Però il suo assassinio appare opera ben pianificata. Forse ha visto qualcosa. O forse tutto è legato al suo recente viaggio

LECCE – Un delitto, anche il più efferato, ha bisogno di un movente. La regola aurea di ogni giallo che trova applicazione, inevitabilmente, anche in un'indagine giudiziaria. Perché è dal movente che si sviluppa e si ricostruisce, tassello dopo tassello, uno scenario plausibile, un contesto, fino all'individuazione dell'esecutore o degli esecutori dell'omicidio. È proprio il movente, almeno per il momento, il grande dilemma dell'uccisione di Qamil Hyrai, il giovane pastore albanese, di soli 23 anni, assassinato domenica pomeriggio nelle campagne fra Torre Lapillo e Torre Castiglione, con un colpo di pistola.

Un bravo ragazzo, così ricordano la vittima i suoi datori di lavoro e chi lo ha conosciuto nei mesi trascorsi nel Salento. Una vita tranquilla la sua, scandita da ritmi di lavoro serrati e sempre uguali: la sveglia prima dell’alba per recarsi nel panificio dove prestava servizio, poi le lunghe passeggiate per portare il pascolo al gregge.

Eppure, qualcosa dev’essere accaduto nella vita di quel ragazzo timido e dai modi gentili. Un evento o una scelta che hanno portato la sua vita a spezzarsi sotto il fuoco di un unico colpo di pistola sparato alla fronte. Un’esecuzione in piena regola che sembra richiamare alla mente i delitti legati alla criminalità organizzata. Hyrai è rimasto immobile dinanzi al suo assassino (o ai suoi assassini), paralizzato dalla paura o ignaro di quello che sarebbe stato il suo destino. Forse conosceva la mano che impugnava quell’arma (dal calibro piuttosto insolito, di una pistola facilmente occultabile), o più semplicemente è rimasto sorpreso dal veder materializzarsi dinanzi ai suoi occhi un incubo da cui pensava di essere sfuggito.

Gli inquirenti, le indagini sono coordinate dal sostituto procuratore Giuseppe Capoccia e condotte dai carabinieri della stazione di Porto Cesareo e della compagnia di Campi Salentina, coordinati dal maggiore Nicola Fasciano, e del nucleo investigativo di Lecce, comandati dal capitano Biagio Marro, stanno passando al setaccio la vita del 23enne, tra le amicizie e i conoscenti del giovane pastore.

L’analisi del cellulare e dei relativi tabulati sembra non aver fornito alcun elemento utile alle indagini. Sotto la lente degli investigatori quel viaggio in Albania, da cui era tornato, secondo quanto accertato, il 23 marzo. Potrebbe nascondersi in quella trasferta la causa dell’omicidio, in qualcosa che avrebbe dovuto recapitare o trasportare, o nelle persone che ha incontrato sull’altra sponda del “mare di mezzo”.

Oppure, più semplicemente, il pastore potrebbe essere stato testimone di qualcosa che non avrebbe dovuto vedere: la classica persona sbagliata nel posto sbagliato. Ancora, Hyrai potrebbe essere stato coinvolto (magari suo malgrado) in una faida tra pastori. Una lotta sanguinaria che ha strappato la sua giovane vita. Una vita apparentemente senza macchia e senza ombre, senza alias e passati criminali da nascondere.

Qualche certezza si avrà dall’autopsia, eseguita dal medico legale Roberto Vaglio, che fornirà nuovi elementi sulle modalità del decesso. Innanzitutto l’esatto calibro e l’arma utilizzata e l’eventuale presenza di un cosiddetto colpo a bruciapelo (i colpi esplosi a una distanza di sparo ravvicinata, fino a 5 o 6 centimetri, tale da consentire il manifestarsi di effetti di ustione).

L’esame autoptico accerterà le modalità dell’omicidio ma non potrà svelare i misteri di questo giallo di primavera. Chi ha ucciso sembra aver studiato il piano nei minimi particolari: la zona isolata (priva, almeno apparentemente, di testimoni), la mancanza di videocamere di sorveglianza, le facili vie di fuga, l’ora scarsamente popolata e la zona difficilmente percorribile, la mancanza del bossolo (attraverso l’uso di un revolver o portandolo via), l’assenza di tracce di auto o veicoli e di altre tracce biologiche.

Bisogna capire se il killer (un professionista?) abbia portato con sé un cellulare, agganciando la cella del ripetitore più vicino e, con ogni probabilità, con un traffico piuttosto ridotto in quelle ore. Una ricerca, però, piuttosto complessa e laboriosa.

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Una partita a scacchi giocata da un team di esperti come il pm Giuseppe Capoccia, il capitano Biagio Marro e il maggiore Nicola Fasciano. Un tris di esperienze, competenze e professionalità con un passato fatto di innumerevoli casi risolti e di criminali assicurati alla giustizia, partendo dal presupposto che ogni dettaglio, seppur all’apparenza insignificante, può rivelarsi fondamentale. Perché, parafrasando Sir Arthur Conan Doyle: escludendo l’impossibile in ciò che resta, seppur improbabile, si nasconde la verità. Anche di questo delitto.

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