Cronaca

Uranio killer, nuovo caso a Lecce: tumore per carrista

Oggi 29enne, il giovane all'epoca della possibile contaminazione ne aveva appena 21. "Stava raccogliendo bossoli a mani nude nel campo di Torre Veneri", spiega Falco Accame, presidente di Ana-Vafaf

Ancora un caso che farà molto discutere, ancora una presunta vittima dell'uranio-killer nel Salento. Particolarmente noto alle cronache è il caso del capitano Carlo Calcagni, di Guagnano (https://www.lecceprima.it/articolo.asp?articolo=1537), che ha avuto il merito di piegare il velo di omertà e di arrivare di recente ad ottenere un'importante audizione davanti al Cocer (https://www.lecceprima.it/articolo.asp?articolo=2719 e https://www.lecceprima.it/articolo.asp?articolo=2772). Proprio di oggi, però, la triste notizia diramata da Falco Accame, presidente di Ana-Vafaf (Associazione nazionale assistenza vittime arruolate nelle forze armate e familiari): un giovane carrista di Lecce, L.G.C., di 29 anni, si è ammalato di un tumore alla bocca. Il giovane, all'epoca della possibile contaminazione, aveva appena 21 anni. "Nel 1999 raccoglieva bossoli senza alcuna protezione presso il poligono di Torre Veneri a Frigole", spiega Accame. "Il caso è stato reso noto solo oggi dai familiari e ci si chiede perché non siano state adottate nei poligoni elementari norme di protezione per la raccolta dei residuati bellici, norme che valgono anche indipendentemente dal fatto che si tratti di residuati bellici all'uranio".

"Purtroppo molti sono i casi di tumore sviluppatisi tra chi raccoglieva residuati bellici nei poligoni", spiega ancora Accame. "Cito ad esempio i casi di Ugo Pisani di Siena, nel poligono di Capo Frasca in Sardegna, e sempre in questo poligono i militari di Sassari Murizio Serra e Gianni Faedda e, ancora in Sardegna nel poligono di Salto di Quirra, Fabio Cappellano di Lamezia Terme. Nel poligono del Dandolo presso Maniago in Friuli, Alessandro Garofolo di Mantova".

"Secondo un elenco emanato pochi giorni fa dal ministero della Difesa - spiega il presidente dell'associazione -, e anche in base alle indagini di polizia giudiziaria effettuate nei distretti militari, il numero di malati di tumore sarebbe di 2000 (o 2600) e perciò questo caso potrebbe essere il caso 2001 (o 2601). Ma secondo il ministero della Difesa nell'aprile 2006 (vedi articolo su "Il Corriere della Sera" del 5 aprile 2006) i casi sospetti sarebbero stati 158 e questo sarebbe il caso 159. A un anno di distanza dunque i casi si sarebbero decuplicati o ventuplicati. Il direttore della prevenzione sanitaria del ministero della Salute aveva dichiarato il 4 maggio 2005, nella sua audizione presso la commissione di inchiesta senatoriale, che si trattava di 105 casi. Si pone dunque il problema gravissimo di quale sia stata la vera entità del fenomeno, quella indicata dalla Commissione Mandelli (44 casi di possibile contaminazione nella ultima relazione dell'11 giugno 2002), oppure quella che appare adesso nell'elenco del 2007? Una differenza abissale. C'è da chiedersi, tra l'altro - prosegue Accame -, se il nome del carrista appariva nei dati forniti alla Commissione Mandelli e c'è da chiedersi chi ha fornito i dati alla Commissione stessa".


L'associazione presieduta da Accame, ponendo tutte queste domande al ministero della Difesa e della Salute, ribadisce con forza la propria convinzione che debba resa noto l'elenco "anche per poterlo confrontare con il dossier pubblicato dall'Ana-Vafaf in cui sono specificati 50 casi di morte. Purtroppo - commenta amaramente - questa è una Repubblica fondata sul segreto: tutti i dati sono coperti dal segreto. Segreto d'ufficio, segreto di commissione. Ma questi non sono segreti di Stato, piuttosto dati che dovrebbero essere pubblici".

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