Giovedì, 29 Luglio 2021
Cronaca

Usura ed estorsione, chiesti oltre 20 anni di carcere per i fratelli Caroppo

Il sostituto procuratore della Dda, Alessio Coccioli, ha chiesto una condanna a 22 anni di carcere nel giudizio abbreviato che vede come imputati i fratelli Antonio, Massimo e Damiano Caroppo. La sentenza è attesa il 15 maggio

 

LECCE – Presunti prestiti usurai con tassi d’interesse mensili pari al 10 per cento (che attraverso una micidiale progressione matematica giungevano a superare il 120 annuo), estorsioni e attività finanziaria abusiva. Il tutto con l’aggravante del metodo mafioso, perché condotto all’ombra della Sacra corona unita. Al centro della vicenda giudiziaria tre fratelli: Antonio, Massimo e Damiano Caroppo. Per loro il sostituto procuratore della Dda, Alessio Coccioli, ha chiesto una condanna, nel giudizio abbreviato che si sta celebrando dinanzi al gup Antonia Martalò, rispettivamente a otto (per i primi due) e sei anni di carcere. La sentenza è attesa per il prossimo 15 maggio. Nel corso dell’udienza di oggi si sono costituiti parte civile due imprenditori (padre e figlio, titolari di un autosalone), assistiti dagli avvocati Giulio Insalata e Francesco Vergine. Con loro anche l’associazione anti racket Lecce, rappresentati sempre dall’avvocato Insalata.

I tre, secondo l’ipotesi accusatoria, avrebbero creato una vera holding finanziaria, con un giro d’affari di centinaia di migliaia di euro, gestita in maniera illecita da. Nei loro confronti i carabinieri del nucleo investigativo del comando provinciale di Lecce eseguirono, all’alba del 3 agosto scorso, tre ordinanze di custodia cautelare in carcere, emesse dal giudice gip del tribunale di Lecce, Cinzia Vergine.

Per gli investigatori la vicenda avrebbe avuto inizio nel 2009. Le ipotesi di reato a carico dei tre imputati sono, oltre che di usura ed estorsione, di esercizio abusivo del credito, reato satellite, con l'aggravante delle modalità mafiose. I Caroppo sono ritenuti personaggi vicini agli ambienti della criminalità organizzata. Le indagini si sono avvalse d'intercettazioni e di pedinamenti, e sono partite dalla denuncia di un imprenditore del settore dell'edilizia stradale che, dopo aver ricevuto un primo prestito di 40mila euro, avrebbe dovuto restituire il mese successivo, a suo dire, oltre 44mila euro, finendo in un tunnel della disperazione.

Sulla scorta della prima denuncia, anche altre presunte vittime (due dello stesso settore, edilizia stradale, ma anche il titolare di un supermercato e due commercianti di autovetture nuove e usate) hanno iniziato a collaborare con la giustizia. Non potendo pagare gli interessi, i denunciati hanno spiegato ai carabinieri di essere stati minacciati.

Addirittura, in qualche caso, sarebbe stato chiesto alle presunte vittime di cedere i propri automezzi, del valore di decine di migliaia di euro, per poter poi saldare il debito. Durante le perquisizioni, fu trovata diversa documentazione ritenuta molto interessante sotto il profilo investigativo. Assegni, ma anche un appunto con l'elenco dei già citati mezzi, che sarebbero stati visionati dai fratelli, nel corso di un sopralluogo in un cantiere.

Sentiti nel corso dell'interrogatorio di garanzia, i tre fratelli confermarono di aver prestato denaro a imprenditori in difficoltà economica, evidenziando, però, di non aver mai preteso la restituzione delle somme con interessi e, soprattutto, escludendo qualsiasi minaccia o estorsione a loro carico. Gli imputati sono assistiti dagli avvocati Luigi e Roberto Rella, Ladislao Massari e Giorgio Memmo.

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