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Usura, imprenditore condannato a 7 anni e mezzo. Confiscati beni per 660mila euro

Arriva la sentenza nell’inchiesta su un giro di prestiti a “strozzo” che vedeva sott’accusa Alberto Trisolino, di Taviano. Disposta anche una provvisionale di 30mila euro

TAVIANO - E’ di sette anni e mezzo di reclusione, più 15mila euro di multa, il verdetto emesso nei riguardi di Alberto Trisolino, l’83enne di Taviano accusato di usura ed esercizio abusivo dell’attività creditizia (reato quest'ultimo dal quale è stato assolto per intervenuta prescrizione). La sentenza è stata emessa oggi dalla seconda sezione penale del tribunale di Lecce, presieduta dal giudice Pietro Baffa, e contempla anche il pagamento di una provvisionale di 30mila euro nei confronti di una delle presunte vittime, assistita dall’avvocato Antonio Manco (di Specchia) e dal collega Cosimo Calzolaro, e la confisca di beni per 664mila euro.

Si chiude così, il processo di primo grado nato dall’inchiesta condotta dal sostituto procuratore Giuseppe Capoccia (che nel frattempo ha preso le redini della Procura di Crotone), avviata in seguito alle denunce di alcuni imprenditori che, dopo aver ricevuto in prestito somme di denaro, si sarebbero ritrovati con un cappio intorno al collo.

Stando alle indagini, dal 2007 al 2011, l'83enne avrebbe concesso ad uno di loro una somma complessiva di 437.575 euro, ricevendo assegni per oltre un milione; per giustificare la restituzione dei soldi (comprensivi degli interessi annui che in questo caso sarebbero stati del 28,54 per cento), avrebbe stipulato un contratto preliminare di compravendita immobiliare.

Questa fu solo uno delle nove vittime individuate dalla Procura. Da una, in particolare, Trisolino avrebbe ottenuto la procura speciale a vendere la stireria come garanzia del prestito di 51mila euro. Ma, poi poco prima della scadenza del contratto, avrebbe ceduto l’attività a sua moglie per soli 50mila euro, mentre ne valeva il doppio. In tal caso, quindi, sarebbe stato applicato un tasso d’interesse annuo del 212,39 per cento.

Il 16 aprile del 2013, le indagini sfociarono nel sequestro di tutti i beni riconducibili, secondo l’accusa, a Trisolino: 53 fabbricati e 29 terreni dal valore sui 10milioni di euro. Ma a un mese dai sigilli, il provvedimento emesso dal gip Simona Panzera (su richiesta del pm Capoccia) fu annullato dal Tribunale del Riesame, al quale si rivolsero gli avvocati difensori Luigi Covella e Francesco Zompì per dimostrare che il patrimonio “incriminato” fosse cresciuto solo grazie al sudore dell’imprenditore impegnato per diversi anni in Sud Africa come ristoratore e immobiliarista.

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