Lunedì, 2 Agosto 2021
Cronaca

Usura, operazione "Shylock": chiesti dall'accusa settantuno anni di carcere

Le richieste di condanna formulate dal sostituto procuratore Alessio Coccioli. A dare avvio alle indagini, nel febbraio del 2009, la denuncia di un imprenditore di Trepuzzi. Gli arresti furono eseguiti dal nucleo investigativo

LECCE – Ammontano complessivamente a 71 anni di reclusione le richieste di condanna formulata dal sostituto procuratore Alessio Coccioli per gli imputati del processo scaturito dalla cosiddetta operazione “Shylock”. Si tratta, in particolare, di Luigi Cinquepalmi, 56enne di Trepuzzi; Andrea Lacirignola, 34enne originario di Campi Salentina, ma residente a Medicina (provincia di Bologna); Orlando Margiotta, 72enne di Trepuzzi; Cosimo Miglietta, 46enne di Trepuzzi; Fernando Miglietta, 43enne di Trepuzzi; Salvatore Perrone, 69enne di Trepuzzi; Fernando Persano, 53enne di Surbo; Graziano Rollo, 32enne di Trepuzzi; Antonio Tarantini, 61enne di Trepuzzi; Alessandro Sciannocca, 35enne di Trepuzzi e Luigi Cosimo Durante, 73enne di Nardò. Chiesta l’assoluzione, invece, per Gaetano Greco; Angelo Quarta, 32enne di Trepuzzi, Antonio Rizzo, 34enne di Trepuzzi. In otto hanno scelto il giudizio abbreviato dinanzi al gup Antonia Martalò.

L’operazione, il cui nome ricorda il più celebre degli usurai, quello creato dalla penna di William Shakespeare ne “Il mercante di Venezia”, fu condotta nel luglio scorso dai carabinieri del comando provinciale di Lecce, sotto la guida del colonnello Maurizio Ferla, e portò a smantellare un'associazione per delinquere finalizzata all'usura, all'estorsione, all'esercizio abusivo di attività finanziaria ed al riciclaggio. Diciannove gli arresti eseguiti (18 in carcere ed uno ai domiciliari) in base ad un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Lecce, Maurizio Saso, tra Trepuzzi, Surbo, Lecce, Lequile e Nardò. Un arresto fu eseguito anche in provincia di Bologna. Sei, invece, le persone denunciate a piede libero. Tre di loro, in particolare, sono accusate di favoreggiamento perché hanno sempre negato di essere vittime degli usurai, nonostante i riscontri investigativi. La posizione di uno di loro, che ha poi deciso di collaborare con gli inquirenti e fornire elementi utili alle indagini, era già stata stralciata e sarà con ogni probabilità archiviata.

A dare avvio alle indagini, nel febbraio del 2009, la denuncia di un imprenditore di Trepuzzi operante nel settore della vendita di apparecchiature e delle consulenze in ambito informatico, che ha già avuto accesso al fondo anti usura. L'inchiesta, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Lecce, dal procuratore Cataldo Motta e dal sostituto Alessio Coccioli, ha portato alla scoperta, attraverso l'ausilio di intercettazioni telefoniche, indagini bancarie e consulenze di natura finanziaria, dell'esistenza di sei canali usurari, con collegamenti con personaggi vicini alla Sacra corona unita. Una decina in tutto le vittime accertate delle quali solo quattro hanno denunciato. Si tratta di tre imprenditori in difficoltà ed un impiegato.

Secondo l'ipotesi accusatoria a capo del sodalizio criminale vi sarebbe stato un terzetto composto da Alfredo Scardicchio, Francesco Fantastico e Luigi Durante. In particolare Luigi Durante, uno dei proprietari della finanziaria Fin.Co. di Nardò, metteva a disposizione la sua struttura - che di fatto si configurava come un'attività di copertura - per fornire il denaro da prestare alle vittime. Tra i sistemi maggiormente utilizzati quello del cambio assegno post-datato, che faceva schizzare gli interessi al 120 per cento annui e, in alcuni casi, addirittura al 300. Le vittime, imprenditori alle prese con la crisi economica e ridotte letteralmente sul lastrico, erano costrette dall'organizzazione a sottoscrivere dei prestiti da società finanziarie con il meccanismo della truffa attraverso la comunicazione di dati falsi (riguardanti ad esempio le buste paga). Denaro che serviva poi a pagare gli usurai.

Per chi si rifiutava o non erano in grado di saldare i debiti contratti, le strategie adottate erano quelle delle minacce e dell'intimidazione. Ad agire erano Persano e Lacirignola, personaggi già condannati per associazione mafiosa e conosciuti nel territorio come appartenenti alla Scu, in particolare al clan Cerfeda. A loro spettavano i compiti di "recupero crediti". Un ruolo determinante, in questo senso, l'avrebbe avuto anche Alessio Perrone, pluripregiudicato figlio di Antonio, noto boss della Sacra corona e autore del libro "Fine pena mai". Alle minacce verbali, del tipo "se mi denunci o non paghi ti sparo" o "ti trasciniamo legato alla macchina per le vie del paese", si passava alle vie di fatto: schiaffoni e percosse.

Nel corso dell’operazione furono anche sequestrati beni mobili ed immobili, nonché conti correnti bancari, per un valore complessivo di circa un milione di euro. In particolare due abitazioni a Trepuzzi e Marittima di Diso, un terreno in località Spiaggiabella e un'auto di grossa cilindrata.

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