Cronaca

“La pace ha il volto dei fratelli e delle sorelle in carcere”

Nell'omelia che ha chiuso la 45edizione della Marcia della pace, il vescovo di Lecce, Domenico D'Ambrosio, ha rilanciato la questione della condizione dei detenuti. Poche ore dopo le forti parole del presidente della Repubblica

Il vescovo di Lecce, durante la marcia (Antonio Quarta).

LECCE – In marcia per la pace con il pensiero rivolto alle detenute e ai detenuti di Borgo San Nicola. Poco dopo le pesanti parole con cui il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, stigmatizzava la perdurante condizione delle carceri italiane nell’ultimo messaggio del suo settennato, l’arcivescovo di Lecce, Domenico D’Ambrosio, ha rilanciato la questione davanti ai tanti fedeli e pellegrini che hanno raggiunto il capoluogo salentino per la 45esima edizione della Marcia della pace.

Nel corso dell’omelia pronunciata durante la solenne messa in cattedrale, infatti, centrale è stato il passaggio dedicato ai reclusi: “Questa sera, in questo nostro camminare per la pace vogliamo privilegiare un aspetto di questa pace esteriore con il prossimo che ha i volti e i nomi dei 1300 fratelli e sorelle detenuti nella Casa Circondariale di Borgo San Nicola qui a Lecce. Sono stato a trovarli e a pregare con loro e per loro, la sera della Vigilia e la mattina del Natale: volti tirati, visi sofferti  e tristi, domande e attese inevase”.

“Il gesto che sta sottolineando il nostro cenone alternativo – ha proseguito D’Ambrosio -, il corrispettivo della cena saltata che andrà a questi nostri amici, vorrà dire che la loro vita,  per certi versi espropriata a causa di condizioni umilianti, rientra per noi in quella lotta per la pace che è impegno per una pienezza di vita a loro in qualche modo sottratta, strana forma legalizzata dell’ occhio per occhio”.

Giova ricordare che circa il 40 per cento dei detenuti degli istituti penitenziari italiani è in attesa di giudizio, il che significa che la carcerazione preventiva – che da decenni viene segnalata dagli osservatori più accorti come uno dei nodi da sciogliere della giustizia italiana – continua ad essere usata con troppa disinvoltura, nella consapevolezza che i tempi dei procedimenti penali sono spesso talmente lunghi da neutralizzare la certezza della pena. E così, da un eccesso si passa ad un altro.

Nel discorso di D’Ambrosio, che ha esortato i pellegrini ad un impegno costante perché la pace è una vocazione e non una provocazione attraverso una marcia, non è mancato naturalmente il ricordo di don Tonino Bello: “Penso proprio che anche se di sera, il Signore avrà aperto la finestra che dal paradiso guarda Lecce invitando don Tonino ad affacciarsi per vedere la sua gente, quella del Salento, intenta a pensieri e propositi di pace”.

Dopo la messa, uno scambio di auguri nel cortile del vescovado ha concluso la manifestazione. Con la speranza che il grido di dignità che si leva sempre più forte, ma anche più disperato dalle carceri italiane smuova le coscienze di chi ha la responsabilità di tradurre in pratica le nobili intenzioni. La riforma della giustizia è la premessa necessaria per restituire alla condizione carceraria la sua funzione costituzionale. Interventi ad hoc come indulti, amnistie o decreti “svuota carceri” sono strumenti eccezionali che non possono fungere da alibi. La buona politica, se ancora ne esiste una, non può rimanere indifferente.

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