Martedì, 15 Giugno 2021
Cronaca

Via dall'inferno, il racconto: "Ho denunciato e riavuto la mia dignità"

Salentino, per anni vittima degli aguzzini, spiega come uscire dalla spirale. "Pagavo il 120 per cento annuo. Ero finito, volevo suicidarmi. Ma le forze dell'ordine mi hanno fatto sentire di nuovo un uomo"

LECCE - “C’era una campagna, vicino al mio paese. Lì, un albero. Ogni volta lo osservavo. Per due o tre mattine ho fatto anche la spola. Pensavo che solo impiccandomi avrei trovato pace”.

Il dolore si mescola a un senso di vergogna, quando si è sotto lo scacco dell’usura. Solo chi è precipitato in questo pozzo può conoscere certe sensazioni. Strisciano sottopelle come vermi. Ma non è un pozzo senza fondo. Non inghiotte tutti. Chi trova il coraggio, può arrampicarsi e uscirne.

Il protagonista di questa storia è un salentino che ce l’ha fatta. Gestiva a nord di Lecce una piccola impresa. Oggi abita in un’altra regione italiana. Ha lasciato alle spalle tutto. Ha una nuova vita. Ma tra il prima e il dopo, c’è stata una lunga parentesi d’incertezza sul futuro, su quella che sarebbe stata la sua esistenza e quella della propria famiglia.

Usura. Pochi termini hanno due definizioni che riescono in qualche modo a collimare, pur nei loro distinti significati. Con usura, fin dall’antichità, si definisce il prestito a interessi ritenuti illeciti. La radice è latina, viene da usus. Per usura, però, s’intende anche il logoramento, specie degli oggetti. Ma, in modo estensivo, è un concetto che si può trasferire all’animo degli esseri umani. L’usurato, non è forse un uomo che si logora dentro, che si sente divorato?

Il protagonista di questa vicenda non riguarda l’inchiesta odierna, “Twilight”. La sua storia è più lontana nel tempo. L’operazione nata anche dalle sue denunce toccò a suo tempo soprattutto aree del nord Salento. Chiusa l’indagine, l’attività giudiziaria è ancora in corso. E si sta sviluppando in modo favorevole. Ma ci vorrà ancora qualche tempo, prima di avere un quadro definitivo. Ecco anche perché manteniamo massimo riserbo sulla sua identità.

Da reduce nella battaglia, vuole per raccontarsi soprattutto per invitare altre vittime che oggi soffrono nel silenzio, che si sentono vinte, a spezzare le catene di questa schiavitù. “In questi giorni ho letto gli appelli di questore e prefetto, che spronano tutti a fare la propria parte”. Il 15 novembre, in particolare, il questore Pierluigi D’Angelo ha lanciato un’esortazione forte, a margine di un’operazione del commissariato di Otranto, che ha smascherato una coppia giudicata insospettabile.Nei mesi passati ci sono stati anche quelli del procuratore Cataldo Motta e del comandante dei carabinieri. Per questo – spiega - ho deciso di raccontare la mia esperienza. Spero possa aiutare altre persone a fare lo stesso mio passo di qualche anno addietro”.

Non è facile riassumere in poche righe tanti anni di vita, “dal primo momento in cui mi sono lasciato soffocare dall'abbraccio strozzante dei miei usurai, a tutto quello che c'è stato dopo, da quando ho deciso di fidarmi e affidarmi allo Stato”. Ma ci proveremo. Partendo dal principio, dal pensiero dominante. Che non è un aiuto.

Uno dei primi problemi, infatti, è la diffidenza. Chi non ha mai avuto problemi di una certa entità, non sempre riesce a comprendere come si possa finire in questo tritacarne.  “E’ vero – conferma il nostro interlocutore -, per tanti è difficile capire come ci si possa rivolgere a persone che, approfittando del tuo stato di grave difficoltà economica ed emotiva, si fa prestare denaro al tasso del 120 per cento annuo”.

Centoventi per cento annuo. Freddo nelle ossa solo al pensiero. “Per capirci – dice la vittima di usura - il tuo debito dopo un anno è più che raddoppiato. Certo, è da pazzi, o da disperati, ma in quel momento hai davanti due strade: chiudere l'attività, per cui hai fatto tanti sacrifici, in cui hai riposto tutti i tuoi sogni, oppure tentare di salvarla rivolgendoti agli usurai, ovviamente dopo aver avuto porte chiuse dai normali canali creditizi”.

Un meccanismo mentale di autodifesa porta la vittima del “cravattaro”, termine romanesco diventato d’uso comune e che rende bene l’idea, in senso metaforico, a pensare di uscirne in qualsiasi momento. E’ il primo errore. E può essere fatale. “La prima volta – racconta l’uomo - ci vai perché pensi che poi dopo non ci andrai più, perché dopo tutto si sistemerà. Invece, purtroppo, in breve ti accorgi che i tuoi problemi stanno aumentando con un tasso del 10 per cento mensile”. “Mentre sei invischiato in questo sistema – prosegue -, non sei nemmeno consapevole di essere vittima di un reato, anzi”. Ed è l’aspetto più sconvolgente. “Tu vai da loro, chiedendo un ‘favore’. Ma oggi, a distanza di anni, ho capito quali ‘favori’ mi hanno fatto: io pagavo loro più del doppio di quello che mi prestavano, ma purtroppo in quel frangente vedi nei tuoi usurai gli unici individui che credono in te, gli unici che quando gli altri ti dicono di no, sono sempre pronti ad ‘aiutarti’”. Benefattori dal volto caprino.

Ma chi sono gli usurai, come si trovano? “Non certo sulle pagine gialle – scherza – ma è comunque semplicissimo: tutti, nei propri paesi, conoscono le persone che svolgono quest’antichissimo mestiere”. E non si pensi ai soliti mafiosi dai volti noti e i cui nomi sono finiti in pasto ai giornali mille volte. C’è una mafia parallela, dal volto apparentemente pulito, fatto di “imprenditori, impiegati pubblici, negozianti. Normalmente – aggiunge - ci si arriva tramite un’altra vittima che ti spiega il sistema, ti presenta”. Quasi come un rito d’iniziazione. “Già. E lì comincia la tua fine”.

Eravamo in tanti ad andare da loro – ricorda, e qui il tono si fa amaro -: gli usurati e gli usurai, sembravamo tutti amici, con una differenza. Perché loro si stavano arricchendo sulle nostre disgrazie, e noi li ringraziavamo per i loro favori”.

Questo – dice - è lo stato psicologico in cui s’innesta questo reato, che ancora oggi per molti è ritenuto un favore, che taluni fanno ad altri. E mentre vendi tutti i tuoi beni, loro stessi, magari, li ricomprano a pochi spiccioli. Affari doppi, tripli”. Un gioco al massacro, tutto studiato a tavolino. Un meccanismo oliato in secoli di storia.

Entrato in questo vortice, non sei più in grado di uscirne. Le scadenze si moltiplicano e hai sempre più bisogno di loro, che faranno di tutto per tenerti a galla il più possibile. Sei il loro cliente - spiega l’uomo -, e non hanno interesse affiché tu chiuda, ma vogliono che tu paghi ogni giorno, sempre di più. Male che vada, si prenderanno la tua attività”.

Eppure si può uscirne. A volte succede prorpio nel momento più buio. Quando ci si trova ancora una volta davanti a un bivio. “Io non dormivo più la notte – e qui il racconto, più si perde nelle rievocazioni amare, più si fa martellante -, stavo male, avevo capito che non ci sarebbe stata mai una fine a tutto questo, e un giorno mi sono detto: basta, chiudo tutto, parlo con gli usurai e gli spiego che non sono più in grado di pagare. Chiederò di rateizzare il mio debito con scadenze mensili”.

Cosi feci. All'epoca avevo con loro 20mila euro di scadenze mensili. Chiesi di pagare 2mila euro al mese, per dieci mesi. Loro mi risposero che i 2mila euro erano gli interessi mensili (10 per cento mensile); in sostanza, avrei pagato 2mila euro al mese in eterno, ma il capitale di 20mila sarebbe rimasto sempre lì”.

Era una situazione insostenibile – prosegue -, ogni giorno di più avevo capito in che situazione mi ero messo”. “Non vedevo vie di scampo, se non la più dolorosa”. Ed ecco pararsi davanti agli occhi quel maestoso albero, nelle campagne intorno al paese. Quando anche la natura, nella sua bellezza, assume una forma sinistra. Che fare? Corda sul ramo e attendere che qualcuno trovasse un cadavere penzolante? Lui ci ha pensato veramente. Più di una volta. Poi, però, è arrivata una svolta. Ha vinto l’amore per la vita.

Per mia fortuna mi sono tolto di dosso la vergogna per essermi messo in una tale situazione, e soprattutto ho capito che tutto quello che stavo subendo, tra minacce di morte, pressioni fortissime, estorsioni, erano dei reati, e che io potevo e dovevo denunciare, e che dovevo riprendermi la mia vita”. “I lori ‘favori’ – tuona -, mi avevano distrutto piscologicamente ed economicamente”.

Spesso, però, occorre l’aiuto di qualcuno. Come alcuni amici introducono nell’ambiente, altri hanno le parole giuste per uscirne. Non è magia, ma saggezza unita a coraggio. “Alla denuncia ci sono arrivato grazie ai preziosi consigli di un amico, con cui finalmente dopo tanti anni mi sono confidato, raccontando la mia vicenda. Perché – tiene a precisare - purtroppo le vittime di usura, nella maggior parte dei casi, sono sole, non parlano con nessuno dello stato in cui versano. Ma non bisogna vergognarsi: bisogna fidarsi e affidarsi, solo così si può uscire dalla morsa mortale di questa gentaglia”.

E’ stata una lenta ma meravigliosa rinascita. Come vedere la luce in fondo al tunnel e iniziare a correre sempre più veloce, per inseguire i raggi del sole. “Da quel giorno, pian piano, ho ripreso a vivere, a rialzare la testa, a capire tutto quello che mi era successo, e a sentirmi di nuovo una persona, e non un fallito, schiavo dei ‘favori’ degli usurai”.

La data della denuncia, è stata la mia seconda data di nascita”. Salire i gradini della caserma, come arrivare davvero quasi ai margini dell’uscita del tunnel e vedere il sole ora davvero vicino. “Ho avuto la fortuna di avere intorno a me forze dell'ordine preparate professionalmente, e soprattutto dotate di grande umanità. Non dimenticherò mai il modo in cui sono stato trattato. Mi hanno fatto sentire di nuovo una persona, degna di vivere”. “La denuncia non risolve tutto, certo, le difficoltà ci sono anche dopo – spiega -, ma recuperare la propria dignità, e avere la testa alta, non ha prezzo”. Una cosa è certa. “Quell'albero, in quella campagna – conclude tirando un sospiro di sollievo -, per fortuna è diventato solo un ricordo”.

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