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Violentò la figlia e nacque una bambina, disposto un nuovo test del dna

Lo ha deciso oggi la Corte d’appello di Lecce nel processo al 54enne condannato in primo grado a trent’anni di reclusione. Per lui, il sostituto procuratore generale ne ha chiesti 26

LECCE - Uccise la sua innocenza dall’età di sette anni. Lui, il padre, che più di chiunque altro avrebbe dovuto amarla e prendersene cura, l’avrebbe violentata fino alla maggiore età, rendendola persino madre, dopo un primo aborto.

La sentenza per quest’uomo, un 54enne originario del basso Salento, fu analoga a quelle emesse per gli omicidi: 30 anni di reclusione. Tanti ne inflisse lo scorso dicembre la prima sezione del Tribunale di Lecce, presieduta dal giudice Francesca Mariano, accogliendo la richiesta del pubblico ministero Stefania Mininni, il magistrato titolare di questa brutta inchiesta.

A pesare nelle accuse fu l’esito dell’esame del dna che accertò l’incesto. Ma quest’accertamento dovrà essere ripetuto. Lo ha stabilito la Corte d’Appello presieduta dal giudice Giovanni Surdo (a latere, le colleghe Antonia Martalò e Adele Ferraro), dopo le discussioni del sostituto procuratore generale Salvatore Cosentino che aveva invocato per l’imputato la riduzione della pena, da 30 a 26 anni, e dei difensori, gli avvocati Luigi e Arcangelo Corvaglia, secondo i quali molti dei reati contestati fossero andati in prescrizione, e dell’avvocato di parte civile Erlene Galasso.

Il processo di cui oggi si attendeva il finale resta dunque aperto. Nella prossima udienza, il 22 luglio, i giudici conferiranno a un esperto il compito di svolgere un nuovo test genetico.

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