Mercoledì, 16 Giugno 2021
Cronaca

Sevizie e pestaggi per un debito. Squadra mobile pone fine all’incubo di due fratelli

All'alba l'operazione "Pulp fiction": eseguiti tre arresti, si cerca il quarto componente di una banda accusata di lesioni gravi, estorsione aggravata e rapina ai danni di due cittadini originari del Marocco, "colpevoli" di non aver onorato un debito

Da sinistra Elena Raggio, il questore Antonio Maiorano e Sabrina Manzone.

LECCE – L’operazione è stata denominata “Pulp fiction” e il perché lo si era intuito subito. Sin dalla notte tra il 29 e il 30 giugno, allorquando due fratelli di origine marocchina, J.K e R.K, residenti da tempo a Trepuzzi erano stati trasportati al “Vito Fazzi” di Lecce con ferite di vario tipo, la maggior parte delle quali procurate con armi da taglio. Le indagini subito avviate dalla polizia hanno portato oggi alla svolta su una vicenda che, lo dicono gli atti, si inquadra ai limiti della tortura.

All’alba di questa mattina gli agenti della squadra mobile hanno infatti eseguito tre delle quattro ordinanze di custodia cautelare in carcere firmate dal giudice per le indagini preliminari Giovanni Gallo su richiesta del pubblico ministero Giuseppe Capoccia. Sono finiti in manette Paolo Gaudadiello, 36enne di Squinzano e i fratelli Walter e Giovanni Tramacere, di Campi Salentina, rispettivamente di 37 e 39 anni. Dovrebbe avere le ore contate Alessandro Perrone, 23enne di Campi Salentina, l’unico ad essere sfuggito per il momento alla cattura.

Il video

In particolare i primi due sono considerati molto di più che delinquenti comuni, essendo stata in precedenza contestata ad entrambi l’associazione mafiosa. Secondo la dirigente della squadra mobile Sabrina Manzone – che ha coordinato l’operazione odierna insieme alla collega Elena Raggio – Gaudadiello si muoveva come un latitante, cambiando in continuazione domicilio e prediligendo spesso ricoveri isolati, esattamente come la masseria nella quale è stato trovato alle prime luci del giorno.

Sarebbe lui, ritenuto contiguo a settori della criminalità organizzata, la mente che avrebbe organizzato e partecipato al pestaggio e alle sevizie inflitte ai due cittadini di origine straniera per un debito di 5mila euro contratto, è stato spiegato, per racimolare i soldi per tornare in Marocco a visitare la famiglia. Ma quella somma di denaro è diventata la condanna a vivere un incubo che li ha tenuti prigionieri per almeno 12 ore, a partire dal primo pomeriggio del giorno dedicato ai santi Pietro e Paolo. Perché in effetti di un “sequestro”, di fatto, pare essersi trattato, scandito da atti efferati che hanno configurato l’accusa per lesioni gravissime oltre che di estorsione aggravata e rapina.

Le vittime hanno chiaramente riconosciuto i componenti della banda dalle foto che gli agenti hanno loro mostrato, mentre la veridicità delle dichiarazioni rese già in ospedale da uno dei malcapitati e poi confermate successivamente è stata appurata con il riscontro delle celle telefoniche che hanno marcato gli spostamenti di quella terribile esperienza in riferimento alla quale il gip, nella sua ordinanza, parla di reiterate sevizie” e di fatti “caratterizzati non solo da particolare spregiudicatezza, ma anche e soprattutto da una vera e propria escalation di violenza gratuita, al limite della tortura psichica e fisica.

Cronaca di un incubo.

Nel primo pomeriggio del 29 giugno Walter Tramacere avrebbe prelevato direttamente da casa J.K. intimandogli di rintracciare il fratello. Non avendo avuto esito positivo la telefonata fatta seduta stante, il cittadino marocchino veniva portato a bordo di una monovolume condotta da Giovanni Tramacere in una masseria di proprietà dei suoceri di Gaudadiello (la stessa dove l’uomo è stato tratto in arresto) e lì pestato prima di essere condotto nei pressi del cimitero di Squinzano dove si scatenava la seconda aggressione con la partecipazione attiva anche di Alessandro Perrone.

Le violenze e le minacce – esplicitate anche brandendo un martello - sarebbero poi proseguite presso l’abitazione della madre del 36enne squinzanese che avrebbe assunto in quella sede il ruolo di “torturatore”: al malcapitato venivano inflitti tagli alla mano e al braccio destro con un coltello munito di lama di 20 centimetri. E come se non bastasse, le ferite venivano cosparse di sale e alcol con il deliberato intento di aumentare esponenzialmente il dolore.

Tale sarebbe stato il sangue versato che lo stesso Gaudadiello avrebbe poi fornito alla vittima una maglietta pulita prima di rimettersi alla ricerca dell’altro fratello, rintracciato infine in un bar di Trepuzzi e picchiato selvaggiamente e fino allo sfinimento in una campagna nelle vicinanze di Casalabate dove lo avevo portato insieme a Perrone poco prima che vi giungessero anche Walter Tramacere e il J.K.

Alle due vittime veniva dunque imposto il pagamento non solo del debito pregresso, ma anche di una somma di pari importo come “ristoro” di una “domenica sprecata”, secondo le parole che avrebbe proferito Walter Tramacere. E come pegno la banda si impossessava dell’Alfa 147 dei due fratelli. 

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