Domenica, 13 Giugno 2021
Cronaca

L’analisi dello psicologo: “Violenza come problema sociale”

Il maltrattamento continuato può provocare la percezione di essere incapaci di gestire o risolvere la situazione, con conseguente aumento di ansia e depressione, fino alla completa paralisi psicologica

 

 

Di Silvia Taccone *

Le radici dei comportamenti  violenti sulle donne esistono e si reiterano, purtroppo, in relazione al tessuto culturale e sociale di appartenenza. Si tratta di un fenomeno di origini remote ma solo negli ultimi decenni si è diffusa sempre di più una cultura della prevenzione attraverso una sensibilizzazione sul tema della violenza sulle donne, che, ricordiamo, può essere di natura fisica, psicologica, economica e sessuale.

Il ciclo della violenza presuppone un rapporto di asimmetria tra “aggressore” e “vittima”; una delle spiegazioni psicologiche più plausibili per cui una donna  difficilmente riesce ad uscire dal “ciclo della violenza” è descritta da una teoria secondo la quale il maltrattamento continuo può provocare nelle donne la percezione cognitiva di essere incapaci di gestire o risolvere la situazione, l’ansia e la depressione aumentano, esse sentono che ogni forma di resistenza è inutile e possono cadere in uno stato di completa arrendevolezza; insomma, quello che avviene è una completa paralisi psicologica, proprio come nel Disturbo Post Traumatico da Stress. Si arriva a credere che i tentativi che si fanno per uscirne siano infruttuosi. Un aspetto importante della violenza fisica domestica è l’imprevedibilità dell’aggressione, che causa nelle vittime un senso di colpa ed un’accurata attenzione tesa ad evitare ogni atteggiamento che possa provocare reazioni violente, cadendo nell’idea che il comportamento dell’aggressore dipenda da un proprio errore o inadempimento.

La violenza sulle donne però è anche e soprattutto un problema sociale, in quanto sia l’aggressore che la vittima hanno una dimensione pubblica portando con sé cambiamenti e le sovrastrutture  provenienti dal tessuto sociale e culturale. Pensiamo per esempio  all’individuo disorientato e in crisi: spesso costui non riesce a trovare una propria identità, se non attraverso il possesso materiale di qualcosa e, purtroppo, anche a volte di una persona verso cui riversare le proprie ossessioni. O ancora alla diffusa aggressività dovuta al dilagante “analfabetismo emotivo”.

E’ importante aprire una riflessione su quale tipo di cambiamento sociale sia auspicabile a questo punto per poter prevenire episodi di violenza. L’intervento, a mio avviso, deve essere multidimensionale e non può prescindere, in particolare, dal favorire  la crescita psicologica dell’individuo a partire dai primi anni di vita, per non cadere in circoli viziosi di mantenimento purtroppo molto spesso pericolosi.

*Psicologa

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