Cronaca

Vite da pomodoro, storie di braccianti stranieri sfruttati sotto il sole del Salento

Per tanti l'estate è sinonimo di sole, mare, spiagge, vacanze e divertimento. Per l'esercito dei braccianti extracomunitari è semplicemente la stagione del pomodoro. Dal Foggiano al Salento l'oro rosso diventa un business redditizio e gli extracomunitari i nuovi "schiavi" del terzo millennio

@TM News/Infophoto

LECCE – Per tanti l’estate è sinonimo di sole, mare, spiagge, vacanze e divertimento. Per l’esercito dei braccianti extracomunitari è semplicemente la stagione del pomodoro. Ciliegini, piccadilly, datterino, San Marzano. Dal Foggiano al Salento l’oro rosso diventa un business redditizio e i braccianti i nuovi “schiavi” del terzo millennio, ai campi di cotone si sostituiscono quelli di pomodoro.

La storia di Mohammed Abdullah, l’uomo di 47 anni originario del Sudan stroncato da un malore mentre era al lavoro nelle campagne di Nardò, è simile a quella di tanti altri lavoratori stranieri. Mahamadou e Omar sono originari del Senegal e del Ghana, storie di lunghi viaggi e miraggi svaniti nella realtà di vite votate alla sopravvivenza, tra permessi di soggiorno, contraffazione e la fatica dei campi, dove i braccianti sono spesso equiparati alle bestie.

Non è facile lavorare d’estate, spiegano. I turni sono regolati dal sole, dall’alba al tramonto, sotto il caldo implacabile del Salento. Nei campi la temperatura supera i 40 gradi: la pelle brucia, gli occhi diventano rossi, la bocca diventa secca e la testa pesante, la schiena duole ma bisogna andare avanti. Senza pause e senza lamentele, con la paura di essere cacciati via e di perdere le ore già lavorate e l’unica fonte di guadagno.

In Puglia, racconta il ragazzo ghanese, si fa tutto a mano, si prendono le piante e si scuotono per fare cadere i frutti dentro il cassone, un enorme contenitore da tre quintali. In alcuni casi non esiste una paga oraria, per ogni cassone ti danno tre euro. Non puoi fermarti, devi continuare e riempire i cassoni di quei pomodori che finiscono nelle nostre pizzerie, nelle conserve, nei piatti. Dietro quel sapore dolce c’è il lavoro massacrante di chi è costretto a vivere in casolari fatiscenti, senza servizi igienici, in cui la dignità diventa una chimera. “I campi di lavoro – commenta Mahamadou con amarezza – tolgono ai braccianti anche l’ultimo scampolo di umanità”.

I braccianti descritti da Levi o Silone oggi sono senegalesi, tunisini, sudanesi, ghanesi, marocchini e senza permesso di soggiorno. La giornata di un bracciante africano è drammaticamente simile a quella di un lavoratore dei tempi di Giuseppe Di Vittorio, eroe delle lotte sindacali e storico segretario della Cgil, come se nulla fosse cambiato da allora.

Immutato è rimasto il sistema del caporalato, che nelle campagne del Sud Italia, ed in particolar modo in Puglia, è una piaga antica. Un fenomeno endemico basato sullo sfruttamento della manodopera agricola considerata solo come forza lavoro. Ai caporali, spesso sfruttatori senza scrupoli, spetta il compito di reperire i braccianti da far lavorare come bestie nei campi in cambio di un misero guadagno. In passato questa piaga sociale riguardava prevalentemente gli italiani, i contadini. Con gli anni il bacino di reclutamento si è spostato pian piano sui cittadini nord africani, giunti sempre più numerosi sulle nostre coste.

“Per lavorare devi per forza rivolgerti a un intermediario”, racconta Omar. “Lui sa dove cercano persone e ti può trovare un alloggio, il tutto dietro un compenso da versare”. Soldi che vanno a limare la già misera paga giornaliera. Bisogna poi scalare il costo di un misero pasto. Nelle tasche dei braccianti, a fine giornata, rimangono poco più di 20 euro.

Un sistema che né la rivolta della Masseria Boncuri del 2011 (guidata da Ivan Sagnet), né l'operazione Sabr, che ha delineato la struttura piramidale di un'organizzazione criminale transnazionale, dedita al favoreggiamento dell'ingresso di clandestini nel territorio italiano, per la maggior parte tunisini e ghanesi, destinati a essere sfruttati nella raccolta di angurie e di pomodori, sembrano aver scalfito. Quella di Mohammed Abdullah è solo l’ultima storia di un mondo senza leggi e senza scrupoli, dove la vita umana sembra valere meno dei pomodori. 

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