Xylella, il grande fallimento del piano. Motta: "Abbattimenti inutili e il contagio non si ferma"

E’ racchiuso in queste parole del procuratore della Repubblica Cataldo Motta il senso dell'indagine che ha provocato uno scossone, dopo il cosiddetto "Silletti bis". I consulenti hanno escluso un nesso di causalità tra CoDiRO e il batterio, che è presente sul territori da circa un ventennio

Foto di repertorio: forestali durante un sopralluogo per tagli di ulivi.

LECCE – “L’abbattimento delle piante non arresta la diffusione della malattia ed è inutile”. E’ racchiuso in queste parole del procuratore della Repubblica Cataldo Motta il fallimento del “Piano degli interventi approvato dal capo del dipartimento di “protezione civile”, il cosiddetto piano “bis” del commissario Giuseppe Silletti, con tagli non solo degli alberi di ulivo infetti dal batterio Xylella Fastidiosa, ma anche di quelli che potenzialmente potrebbero ospitarlo, nell’arco di 100 metri. Si tratta della prima importante conclusione formulata nell’ambito dell’inchiesta avviata nell’aprile del 2014 dopo gli esposti presentati in Procura, da gruppi e associazioni ambientalisti, sul fenomeno del disseccamento degli alberi di ulivo nella provincia di Lecce, già in quella fase divenuta una vera e propria emergenza. 

In un anno e mezzo le indagini, coordinate dai sostituti procuratori Elsa Valeria Mignone e Roberta Licci, condotte dal Corpo forestale dello Stato e basate sulle consulenze di esperti nominati dalla magistratura, hanno evidenziato come i dati presentati in ambito europeo (da cui è poi scaturita la direttiva di abbattimento nel raggio di 100 metri) abbiano tratto in errore la Comunità europea. Il procuratore ha parlato di “dubbi sulle conclusioni scientifiche presentate”. Da qui il decreto di sequestro preventivo d'urgenza di tutti gli ulivi salentini su cui pende il piano d’abbattimento. Un provvedimento già notificato nelle scorse ore a tutti gli interessati.

Innanzitutto i consulenti hanno escluso un nesso di causalità tra la malattia identificata come “Complesso del disseccamento rapido dell'olivo” (CoDiRo) e il batterio della Xylella fastidiosa, il cui ruolo nel disseccamento non è stato accertato. La presenza del primo, infatti, non implica necessariamente quella dell’altro. Vi sono casi, inoltre, in cui oliveti confinanti a quelli attaccati dal Codiro non sono stati colpiti.

La presenza sul territorio del virus risale probabilmente a 15/20 anni fa. Da allora il ceppo si è evoluto, divenendo più aggressivo e più letale, come nella zona di Gallipoli e Alezio. Difficile, allo stato, stabilire le cause dell’evoluzione. Una delle ipotesi degli inquirenti è che lo stato di abbandono e lo stop alla produzione voluto da alcuni coltivatori e proprietari terrieri (dopo aver incassato le sovvenzioni) abbia avuto un ruolo determinante nel contagio. Inutile si sarebbe rivelato anche l’utilizzo di pesticidi e fitofarmaci, che avrebbero ulteriormente indebolito le difese immunitarie delle piante. Non è un caso, del resto, che dopo i provvedimenti finalizzati a una maggiore cura e tutela del territorio, la produzione dell’olio abbia avuto uno standard qualitativo superiore alle annate precedenti.

Dieci le persone indagate, tra cui lo stesso commissario straordinario Giuseppe Silletti. I reati ipotizzati sono di diffusione colposa di una malattia delle piante, inquinamento ambientale colposo, falsità materiale e ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici, getto pericoloso di cose, distruzione o deturpamento di bellezze naturali. I reati sarebbero stati commessi nel leccese e zone limitrofe dal 2010 a oggi. Oltre a Silletti risultano indagati il dirigente della Osservatorio fitosanitario della Regione Silvio Schito e il suo predecessore (da poco in pensione) Antonio Guario, il dirigente del Servizio Agricoltura della Regione Giuseppe D’Onghia, Giuseppe Blasi del Servizio fitosanitario nazionale, Vito Nicola Savino dirigente dell’istituto Caramia di Locorotondo, Franco Nigro dell’Ateneo barese, Donato Boscia responsabile della istituto per la protezione delle piante del Cnr, Maria Saponari ricercatrice presso lo stesso istituto, e Franco Valentini ricercatore dello Iamb di Valenzano.Motta-3-4

Nelle 59 pagine del decreto di sequestro preventivo d’urgenza i magistrati inquirenti ripercorrono la storia della diffusione del batterio dal 2004 a oggi, siano al piano di interventi straordinario. Un lungo excursus in cui si evidenziano presunte negligenze ed errate valutazioni di un fenomeno la cui diffusione potrebbe avere avuto una natura colposa. In base alle indagini eseguite sin qui e condotte dagli agenti del Corpo forestale dello stato, la Procura evidenzia “ipotesi penalmente rilevanti, con riferimento alle inerzie, negligenze e imperizie configurabili a carico degli organi istituzionalmente preposti alla gestione del fenomeno”.

Si tratta, è bene sottolinearlo, di reati di natura colposa e non dolosa. Nessun complotto dunque e nessuna diffusione del batterio da parte dell’uomo, ma un’errata analisi e valutazione dell’emergenza. Secondo la Procura del capoluogo salentino l’approccio scientifico al problema è stato sbagliato, tanto che lo stesso pubblico ministero Elsa Valeria Mignone ha auspicato “l’inizio di un confronto scientifico”.

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Gli ulivi del Salento, simbolo e cuore pulsante di un intero territorio, sono dunque salvi, almeno dall’abbattimento. Bisognerà ora lavorare per estirpare la malattia e non la pianta stessa. “Sarebbe un po’ – ha ironizzato il procuratore Motta – come abbattere i soggetti colpiti da influenza anziché curarli”. Esultano gli ambientalisti e i proprietari terrieri e tutti quelli che in questi mesi si sono battuti per la salvaguardia degli alberi e l’inefficacia del piano Silletti. 

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