Mercoledì, 16 Giugno 2021
Cronaca

Xylella, il Piano di Silletti fa acqua. Droni e crioterapia, una possibile risposta

Dopo aver incassato il diktat dei commissari Ue il commissario straordinario avverte: "Procediamo con l'eradicazione". L'Europa preferisce non rischiare Intanto il comitato spontaneo Voce dell'ulivo relaziona al Senato la sospetta presenza di Xylella dal 2008: le foto di Google Earth in Procura

Qui e in basso, gli screenshot da Google Earth presi in esame dal comitato Voce dell'ulivo.

LECCE - Quarantatré pagine fitte-fitte di cronoprogrammi, voci di spesa e azioni drastiche volte a contenere, non a debellare, l’emergenza Xylella. Pagine in cui il solo, vero dato che emerge è quello di una disperata richiesta del commissario di non essere abbandonati. Lo si evince in ogni passaggio e, in modo particolare a pagina 8 al capoverso “Nella zona infetta”, ove si esplicita la volontà di attenersi non già alla direttiva comunitaria che prevede l’eradicazione ma alla sua parte che recita: “…lo stato membro adotta tutte le misure necessarie per l’eradicazione o, ove non sia possibile, il contenimento degli organismi nocivi in questione”.

E, giusto per dare sempre qualche data in grado di chiarire da quanto tempo la Comunità europea era a conoscenza di un pericolo tale, si riporta la direttiva in questione: 2000/29/Ce del Consiglio dell’8 maggio 2000 e s.m.i., nello specifico all’articolo 16 comma 1. Dunque ben 15 anni prima del disastro. E se il commissario Giuseppe Silletti si rifà a questa norma, non lo fa certo per questioni di sensibilità ambientalista.

Il perché viene spiegato chiaramente a pagine 7, capitolo 1.2, in cui si illustrano le attività svolte dall’Agenzia regionale per le attività irrigue e forestali, nei giorni 14 e 15 aprile 2014. Giorni durante i quali il personale dell’Agenzia si sono recati a Trepuzzi, Lecce, Copertino, Galatina e Sternatia per eradicare 104 alberi di ulivo con mezzi meccanici. Piante che sono state estirpate, apparato radicale compreso, e ridotte in pezzi, triturate e lasciate a disposizione dei proprietari.

Ma, attenzione, quello seguente è il passaggio più interessante. Nel Piano si espone senza mezzi termini, a questo punto, l’impatto “particolarmente gravoso” che tale misura ha determinato e si chiarisce che non è stato affatto semplice “riorganizzare il monitoraggio di ogni singola pianta per accertare con analisi di verifica e di conferma la presenza del batterio”; l’identificazione dei proprietari delle piante infette e la susseguente predisposizione degli atti ingiuntivi di abbattimento degli stessi oltre alla loro notifica agli interessati e, perfino, la stessa organizzazione con l’Agenzia regionale che questa misura avrebbe dovuto applicarla. In parole povere, un marasma totale impossibile da gestire. E si parla di sole 104 piante di ulivo.

Inizia a essere più chiaro, adesso, il perché si preferisca far ricorso (ispirandosi allo stesso comma della Direttiva Ue che lo prevede), a una misura che negli effetti risulterebbe più drastica dell'eradicazione ma che comporterebbe minor dispendio di energie e facilità di gestione, ovvero i trattamenti mediante prodotti fitosanitari e operazioni agronomiche che, poi, sarebbero affidate direttamente ai proprietari.

E anche in questo caso, pagina 8 capoverso “Nella zona infetta”, lettera c, si fa riferimento al “monitoraggio costante” per l’individuazione delle piante infette. E neanche un accenno alla possibilità di effettuare i sopralluoghi nelle zone focolaio con i droni, oggigiorno la tecnologia più efficiente ed economica presente sul mercato. Perché, ci sarebbe da chiedersi, una cosa così banale e alla portata di molti non è stata neanche presa in considerazione, visto che uno degli argomenti principali, riportato a caratteri cubitali sulla stampa e riproposto tanto nei dibattiti quanto nelle interviste ai “cosiddetti” esperti, è proprio quello delle scarsissime risorse a disposizione?

Sono solo 13,6 i milioni di euro stanziati per mettere in campo tutte le misure previste nel Piano del commissario straordinario per l’emergenza Giuseppe Silletti. Milioni che serviranno, lo dice espressamente una delle voci, anche a monitorare lo stato dei luoghi attraverso l’invio di personale in situ. Ma che senso ha inviare sul posto, nelle migliaia di ettari in questione, esseri umani che oltre all’impossibilità fisica di prendere nota di ogni singola realtà non potranno mai avere il quadro completo del disseccamento? Per il solo il monitoraggio sono previsti 100mila euro.

E pensare che sarebbe più semplice, ed economico, levare in volo droni dotati di telecamere termiche e ad alta risoluzione per fotografare aree anche vaste parecchi ettari. Non solo. Ci sarebbe poi da considerare l’ipotesi dei palloni sonda. Ci sono quelli delle stazioni meteo, ma se ne potrebbero realizzare alcuni anche con pochissima spesa e, magari, con l’aiuto della tanto invocata università che, certamente, sarebbe ben disposta a collaborare nell’interesse di tutti. Per non parlare delle immagini già disponibili su Internet che riportano la situazione a qualche anno addietro e che rappresenterebbero bene lo stato dell’arte relativo alla fase iniziale dell’invasione.

Aspetto, quest’ultimo, già preso in considerazione dai rappresentanti del movimento spontaneo “Voce dell’Ulivo” che, nonostante ricordi un partito politico, non hanno niente a che fare con le velleità elettoralistiche. Anzi, l’idea di portare a conoscenza sia la 9^ Commissione “Agricoltura e Produzione agroalimentare” del Senato, che la Procura leccese, che sta indagando su più fronti, della presenza del batterio che “causerebbe”, strano a dirsi ma il condizionale è ancora d’obbligo, il disseccamento degli ulivi, è una preziosa testimonianza che in questo brutto frangente le parole hanno avuto uno spazio eccessivo rispetto all’ingegno. Ma non è mai troppo tardi, anche se pare proprio che si voglia far credere il contrario.

Le immagini di Google Earth potrebbero infatti essere il preambolo a un utilizzo mirato delle tecnologie satellitari che, finora, sono state utilizzate per tutto tranne che per scopi come questo. E se di costi si deve immancabilmente tornare a parlare, basti tenere presente che si potrebbe bandire una gara di solidarietà internazionale per trovare i fondi, pubblici e privati, perché il Salento non è dei salentini, ma appartiene al mondo.

Risorse che in tempi di crisi possono fare, o meno, la differenza in parecchie questioni. Figurarsi, com’è stato ribadito recentemente dalle associazioni di categoria e dai tecnici chiamati in causa, per quanto riguarda il rapido avanzamento del batterio nelle aree che sono state individuate entro il perimetro delle 4 zone di sicurezza. Aspetto che non è stato considerato in nessuna delle sue possibilità.

Una di queste, difatti, contemplerebbe l’utilizzo dei satelliti e delle immagini termiche grazie alle quali si potrebbe seguire, passo dopo passo, e dall’alto, l’intera situazione con una serie di dati che si andrebbero ad aggiungere ai controlli a campione realizzati finora. Controlli che, com’è noto, non hanno portato a nulla se non a far aumentare la paura degli europei che il contagio possa estendersi al di là della “cortina verde” di 50 chilometri che è stata prevista quale cordone di sicurezza.

Ma ci sarebbe un’altra possibilità che gli esperti non hanno avanzato. Eppure è stato detto chiaramente che il ciclo vitale, biologico, del batterio è possibile solo entro un range di temperature che oscillano tra i 4 e i 34 gradi centigradi. Temperature che, come abbiamo avuto modo di illustrare in un precedente articolo, spiegherebbero il perché della distribuzione geografica della Xylella nella fascia temperata e subtropicale del pianeta.

Aspetto che suggerisce anche a un profano l’idea che realizzando una semplicissima serra entro cui racchiudere uno, due, o più alberi per volta, si potrebbe abbassare o alzare la temperatura portandola fino alla soglia limite per la vita del batterio. Anche se di primo acchito la cosa potrebbe apparire “fantascientifica”, non ci vorrebbe poi tanto per renderla possibile.

Qualcosa di simile esiste già ed è a disposizione dei nuclei sanitari per le emergenze da quarantena, meglio note come squadre di rischio biologico. E ci sembra di ravvisare che questo sia proprio il caso. Per darvi un’idea di cosa stiamo parlando richiamiamo l’immagine di quelle speciali tende costituite di plastica, pvc, trasparente o bianche che servono a isolare un soggetto, o individuo contaminato da agente biologico nelle zone a rischio di contagio come scuole, ospedali, centri commerciali e che vengono montate in pochissimo tempo da apposito personale specializzato.

Perché non procedere a questo tipo di sperimentazione prima di desertificare un intero territorio mettendo in ginocchio la sua economia? Non resta che sperare che da questi suggerimenti possa nascere un dibattito e, magari, anche il conforto da parte delle autorità accademiche che, al momento, appaiono assenti.

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