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Crimini e lavoro: drammi quotidiani nel sonno delle coscienze

Il 2011 se ne va, ma il filobus non parte. E intanto, aumenta la disoccupazione, i banditi si fanno più feroci e neanche il calcio fa sognare più. Un anno nel Salento visto anche con gli occhi di chi, ogni giorno, commenta i fatti

 

Il filobus ogni tanto fa la sua comparsa sui viali dimezzati dalle strisce gialle, pitturate su un asfalto solcato da ataviche buche rattoppate. Niente di ufficiale, sono solo test. Lento e impacciato, gli capita di incespicare in un traffico ridicolmente ingolfato. Qualche volta si ferma, sbuffando, ed ha bisogno della spintarella dei passanti, quelli che si ostinano a credere che Lecce, tutto sommato, si possa ancora girare a piedi o in bici.

Millesettecento giorni di messianica attesa , e un rinvio continuo, ogni volta che sembra fatta. Il filobus horribilis porta nel suo Dna il senso di un grottesco senza fine. Solo in apparenza, nei suoi giri di prova, è vuoto. In realtà è un promemoria ambulante, che circola con tutto il suo carico di contraddizioni politiche, asti, rancori e strascichi giudiziari. Così, il cittadino lo osserva torvo e la distanza fra il politico e l’uomo comune diventa un abisso.

A Palazzo Carafa l’imbarazzo non è un segreto, di fronte al mostro di ferraglia e cavi tesi allo spasmo sulle teste dei leccesi. Far partire il filobus, ormai, non è più neanche una questione da tecnici, ma da esorcisti, quasi si dovesse scacciare una sorta di maledizione sulla quale si giocherà tutta, o quasi, la prossima partita elettorale.  Già, perché con il 2012, sorge l’alba di una nuova tornata. Mesi di torpore e sbadigli, poi, all’improvviso, il risveglio generale, secondo uno dei più adusi, italici costumi. E se la maggioranza non sembra di granito, gli altri pretendenti appaiono troppi, frazionati, in qualche caso difficili persino da collocare in un’area precisa. I primi vagiti non sono entusiasmanti.

La campagna, a ben vedere, è comunque già iniziata. Sulla Luna già si controreplica alle repliche di qualche comunicato che era, in principio, di suo, una risposta ad un’altra nota, in un turbine di parole svuotate di contenuti; intanto, sul pianeta Terra, si combatte con il pieno di benzina salito di 17 euro in un anno, con la fame di lavoro che produce fame in tavola, e se non si negano apertamente alcune evidenze, si fanno orecchie da mercante di fronte ai problemi reali.

Le evidenze, appunto. Ce n’è una sulla quale la classe politica, specie salendo di livello, andando più sulla sponda di Provincia e Regione, non si esprime quasi mai: gli sbarchi. Ogni giorno, o quasi, di migranti ne arrivano venti, trenta, quaranta, ottanta, cento. In cenci, da Paesi remoti, sfidano le onde su relitti tenuti in piedi con gli spaghi o gommoni sparati a velocità da omicidio di massa. Si delega tutto alle forze di polizia che rischiano il collo ad inseguire gli scafisti e al buon cuore di pochi volontari che lo spumante, a Capodanno, l'hanno aperto nelle stanze asettiche di un centro di prima accoglienza, a stretto contatto con gli alieni dell’altro mondo. Intanto, lo spazio diminuisce, ma nessuno ha pensato mai di prevenire.

Si nega lo stato d’emergenza, insomma. Anche perché, nell’Italia della deriva leghista, più la latitudine è periferica e meridionale, meno la voce arriva forte e chiara. E chi dovrebbe farsene carico, spesso resta sospeso in un assorto silenzio. Intanto, l’onda lunga della crisi porta con sé una recrudescenza da brividi di una microcriminalità disorganizzata e arrogante, che ora gira anche con i proiettili in canna. Si è passati dalle armi giocattolo senza tappo rosso, alle pistole vere. E si spara per niente, per fare il cow-boy. Sul tetto di un ufficio postale di periferia, sull’auto del benzinaio appena rapinato, all’uscita del supermarket dopo aver strappato quattro banconote dalle casse, o per rubare una berlina. Qualche volta un proiettile finisce in un polpaccio. Prima o poi, qualcuno sparerà ad altezza d’uomo.

Il turismo, però, è in crescita ed è tra i pochi risultati confortanti. Il problema resta l’offerta, non sempre all’altezza. Il 2011 è stato anche l’anno delle truffe ai visitatori. Case in affitto inesistenti, alle quali si aggiungono b&b abusivi, spuntati come funghi. I Comuni non sempre sono vigili e lo stesso dicasi per il fenomeno dell’abusivismo edilizio, che persiste coriaceo. La Procura ha inaugurato la stagione del pugno di ferro, che però procede con la lentezza della burocrazia: per ogni obbrobrio abbattuto, dieci ne spuntano di fronte al mare o nelle campagne. E una terra che vuole vivere di turismo tutto l’anno, non può prescindere da un rigido controllo del suo demanio. Anche perché è l’unico sfogo visibile all’orizzonte, per tenere in piedi la sfilacciata economia salentina. I cortei infiniti davanti alla Prefettura di lavoratori sull’orlo del baratro, provenienti da aziende che un tempo tracciavano la storia e ora ridotte al collasso, sono il più triste presagio di un 2012 che nasce già con le tasche vuote.

Un tempo, almeno, c’era la domenica allo stadio, per sfogarsi. Oggi, parlare di calcio, a Lecce, come altrove, significa evocare streghe che mettono in stato d’agitazione. E tutto ciò, non è tanto il frutto del pensiero del giornale, ma la sintesi di quanto i nostri lettori scrivono, ogni giorno, nei loro commenti, dispensando timori e ponendo questioni che dimostrano quanta voglia abbiano i salentini di uscire dall’empasse, rinnovarsi, e quanto orgoglio e amore e senso di appartenenza e, ancora, voglia di difesa vi sia per questa terra spesso sfruttata da speculatori. Piccoli mattoni di nuda realtà quotidiana, che spesso superano per spunto e interesse persino l’articolo che li ha provocati.

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