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Terza Pagina: la rivolta delle brave ragazze negli Usa di fine anni '60

Good Girls Revolt parla di liberazione femminile. Le protagoniste sono giovani donne ironiche, brillanti e stanche di essere considerate cittadine di seconda classe. Dana Calvo sviluppa la serie partendo dall’omonimo libro autobiografico di Lynn Povich, che ha vissuto quel tipo di discriminazione

Siamo alla fine di dicembre del 1969 e nella vita di Patti, un’astronauta hippie appena rientrata sulla terra, Jane, una borghese platinata e perfetta, e Cindy, una timida e impacciata ragazza di provincia, irrompe Nora.

La Nora in questione è Nora Ephron, la giornalista, scrittrice e sceneggiatrice (su tutti Harry ti presento Sally), che pur sfiorando velocemente la redazione di News of the Week dove lavorano le tre ragazze, segna profondamente i loro destini dopo averle invitate a partecipare alle riunioni di un gruppo guidato da Eleanor Holmes Norton, un’avvocatessa afroamericana, attivista dell’American Civil Liberties Union (Unione Americana per le Libertà Civili) .

Patti, Cindy e Jane come tutte le loro colleghe, sono delle ricercatrici della redazione newyorchese del giornale, che per scelta del direttore, un uomo dipendente dalla carica afrodisiaca del potere da ottenere ed esercitare e del lavoro senza sosta, impone l’uso esclusivo della minigonna, permette loro soltanto di reperire notizie grezze, affinarle con ulteriori indagini, rivedere i testi per la stampa, e portare il caffè ai colleghi reporter che pubblicano e firmano gli articoli guadagnando il triplo. L’unica gratifica è sentirsi dire che sono state brave. Una condizione che viola il Titolo VII dell’Atto sui Diritti Civili del 1964.

The_Good_Girls_Revolt-3Ogni episodio, intitolato in maniera tale da comprendere che i personaggi e gli scenari siano fittizi (eccetto Nora Ephron e Eleanor Holmes Norton), ma la storia su cui poggia molto reale, permette di assistere alla costruzione strutturale dell’autostima di queste giovani donne che comprendono finalmente chi sono, l’ambiente che le circonda e come far coincidere il sé ideale con il sé reale. E ogni ragazza lo fa nel dipanarsi del suo personale dramma esistenziale: Patti Robinson (Genevieve Angelson) è appassionata, profonda e immersa nella controcultura della New York degli anni ’60, quella di Andy Wahrol, delle feste e della trasgressione, eppure è combattuta tra l’amore per Doug un reporter con cui lavora e la voglia, acerba forma di ambizione, di diventare una reporter, e s’illude che lavorare sodo la porterà a raggiungere l’obiettivo; Jane Hollander (Anna Camp) è acuta, misurata e algida, ma da conservatrice che sogna il matrimonio e non la carriera, si ritrova a sentire minato il tragitto esistenziale fino a quel momento mai violato delle perfezione, vivendo la sindrome dell’anulare sinistro vuoto quando il fidanzato Chad la lascia; Cindy Reston (Erin Darke) è timida, introversa e riservata e vorrebbe diventare una scrittrice mentre il marito che la soffoca, le pone la condizione di poter fare quell’esperienza lavorativa per un anno, e poi lasciare il lavoro per diventare madre.

Good Girls Revolt parla di liberazione femminile, e si sa, le donne impegnate nella lotta per la parità sono spesso raffigurate come un movimento triste e arrabbiato; invece qui siamo davanti a giovani donne ironiche, brillanti e stanche di essere considerate cittadine di seconda classe, sullo sfondo di un’America che arruola e perde soldati in Vietnam, affronta il primo sciopero nazionale delle Poste, e assiste alla nascita del movimento delle Pantere Nere.

Dana Calvo sviluppa la serie partendo dall’omonimo libro autobiografico (2012) di Lynn Povich, che ha vissuto quel tipo di discriminazione nella redazione di Newsweek; ed è interessante e affascinante vedere come si scavi nel processo della scrittura giornalistica e nel reperimento delle notizie nell’era pre-internettiana, ponendo l’attenzione sulle posizioni lavorative di supporto, tutti quei compiti per anni considerati "lavoro delle donne", e dati per scontati.

Spesso la formula narrativa può apparire semplicistica: il reporter ha difficoltà con un incarico assegnatogli del direttore, la ricercatrice trova la soluzione al problema, e alla fine lui prende tutto il merito; invece è solo semplice, di quella semplicità percepita solo quando dietro c’è un lavoro così accurato per farla apparire tale.

Calvo parlandoci del passato, come spesso accade, racconta molto del presente; dell’eredità che queste donne ci hanno lasciato, della generosità di fare qualcosa pensando alle generazioni future,  dimostrando che la solidarietà femminile è un valore prezioso perché nessuna ce la fa da sola, ognuna dovrebbe meritare quello che vale, e qualche volta lo dovrebbe pretendere.

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