Giovedì, 29 Luglio 2021
Economia

Imprese contro la crisi. Confindustria punta tutto sull’innovazione

L'assemblea annuale degli industriali salentini ha riunito le istituzioni per elaborare la ricetta anticrisi. Meno tasse e burocrazia, si guarda ai mercati esteri. Il presidente Squinzi: "Serve politica di incentivi alla crescita"

Il presidente di Confidustria, Giorgio Squinzi.

 

 

LECCE - L’assemblea pubblica di Confindustria Lecce quest’anno si apre nel segno della crisi. Gli indicatori congiunturali sono tutti al ribasso, con una mortalità delle imprese nel Sud che ha raggiunto le 340 mila aziende fallite in due anni. Prevenire il collasso dell’economia è  l’obiettivo condiviso dagli industriali salentini che hanno riunito le istituzioni del territorio (Comune di Lecce, Provincia, Prefettura, Regione, Università del Salento) per fare gettare le basi di un nuovo, auspicabile, sistema socio economico capace di tenere insieme le molteplici esigenze.

La relazione presentata dal presidente Piernicola Leone De Castris traccia uno scenario condiviso dagli imprenditori leccesi, “strozzati” da uno Stato che ne frena il dinamismo attraverso un carico fiscale sproporzionato, dalle poche possibilità di accesso al credito concesse dagli istituti bancari, dai debiti accumulati – e difficilmente esigibili - della pubblica amministrazione. Nella provincia di Lecce, così come ricordato dal sindaco Paolo Perrone, dal presidente di Palazzo dei Celestini, Antonio Gabellone e dal prefetto Giuliana Perrotta, ci si muove in sinergia per affrontare il disastro dei tempi. Ma non tutto è perduto: i comparti del turismo, dell’accoglienza e del benessere contribuiscono a mantenere alti gli indici del Pil territoriale e, insieme all’agroalimentare, stanno rafforzando il brand mondiale del “made in Salento”. I comparti maturi, come la moda, il legno arredo e l’alimentare tentano la strada del riposizionamento sulle fasce medio – alte del mercato.

Il tessuto imprenditoriale della Puglia, secondo il presidente regionale dell’associazione degli industriali, Angelo Bozzetto, nonostante tutto, mantiene una certa vivacità. La Puglia conferma il trend positivo, infatti, nell’export: +11 percento quest’anno, a fronte del 18 percento del 2011. E questo nonostante il gap infrastrutturale che caratterizza il mezzogiorno d’Italia e nonostante il dialogo altalenante con le istituzioni del territorio. “Ce la possiamo fare”, aggiunge con uno slancio ottimistico la vice di Nichi Vendola, Loredana Capone. Se la coperta dei finanziamenti statali è troppo corta ormai, in virtù delle politiche di austerity che poco concedono e troppo tagliano, si guarda alle risorse europee come occasione di rilancio. “E questo attraverso una programmazione di attività concentrata su obiettivi strategici, settore su settore, in cui far convergere gli sforzi comuni”, precisa l’assessore regionale alle Attività produttive, anticipando i temi del prossimo incontro con i sindacati, fissato il 26 novembre a Bari.

La ricetta anticrisi elaborata da Confindustria che, nelle intenzioni del presidente nazionale Giorgio Squinzi, deve mantenere un ruolo trainante per uscire dal pantano, punta su alcuni elementi precisi. Accesso al credito, innanzitutto, spingendo su strumenti come i Cofidi e il Fondo nazionale di garanzia per le piccole e medie imprese, oppure bussando direttamente alla porte della Banca centrale europea.

Poi una riforma del mercato del lavoro che superi le ombre dell’attuale riforma Fornero, ripristinando un punto d’equilibrio tra le esigenze di flessibilità degli imprenditori e le aspettative di occupazione.

Fisco e burocrazia rappresentano l’altro nodo cruciale: “Le imprese italiane son considerate sussidiate dallo Stato. Niente di più falso. – avvisa Squinzi – La zavorra delle tasse aumenta il divario competitivo delle nostre aziende. Siamo pronti a rinunciare agli incentivi a fronte di una riduzione consistente del cuneo fiscale, soprattutto dell’aliquota sugli utili”. Così la riforma della pubblica amministrazione rappresenta “la madre di tutte le riforme, perché da qui inizia il ritardo storico accumulato dall’Italia in tutti i settori”. Stime ufficiali dimostrano che, ogni anno, un’ impresa perde dai 40 ai 60 giorni per definire i rapporti con le pubbliche amministrazioni, con un’incidenza negativa sulla produzione del 20-25 percento.

Manca del tutto, poi, una visione strategica che punti all’internalizzazione, alla possibilità di aggredire nuovi mercati, dunque, sfruttando le possibilità aperte nel mondo globalizzato. Solo il 30 percento delle imprese di casa nostra esplora la strada dei mercati esteri, così come è carente la cultura dell’aggregazione, fondamentale invece per creare economie di scala.

Una chiusura di cui sembra risentire anche il settore della cultura e della formazione, rappresentato dall’Università del Salento. Secondo il rettore Domenico Laforgia, l’impossibilità normativa di creare una mobilità tra gli atenei, rende impossibile concentrare le eccellenze in un’unica struttura. Tecnicamente “è impossibile che in Italia si creino Università altamente competitive come quelle americane”, avvisa Laforgia, ma è pur vero che i “nostri cervelli vano a ruba nel mondo”. Sui 79 spin off a livello regionale, poi, 39 appartengono all’ateno salentino. Un primato che ovviamente inorgoglisce il rettore, fresco di nuove polemiche anche su questo versante. E che non rinuncia ad una stoccata contro l’ostile ambiente sindacale: “Questo sindacato vecchio cerca di bloccare le attività, anziché essere proattivo. Le esigenze del mercato andrebbero trasferite anche all’interno dell’Università”.

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