Domenica, 13 Giugno 2021
Economia

"Con il decreto 'Salva Italia' le aziende agricole salentine in ginocchio"

L’assessore provinciale Francesco Pacella teme "conseguenze devastanti per l’agricoltura". E annuncia: "A rischio la sopravvivenza di decine di aziende locali". Chiesta la correzione degli "aspetti più penalizzanti"

L'assessore Francesco Pacella.

 

“E’ fortemente a rischio la sopravvivenza di decine di aziende agricole salentine. Occorre tutelare l’agricoltura, già in gravi difficoltà, dagli effetti devastanti della manovra Monti”. L’assessore provinciale all’Agricoltura, Francesco Pacella, teme le conseguenze del decreto “Salva Italia” ed interviene a difesa degli agricoltori salentini e delle loro imprese. Chiede una maggiore equità nella pressione fiscale, affinché venga salvaguardata l’economia agricola in provincia di Lecce, già fortemente penalizzata dalla crisi congiunturale.

“Non possiamo considerarlo un provvedimento improntato all’equità - commenta Pacella - La decisione del Governo di applicare un’imposta sui fabbricati rurali, sommata all’aumento delle rendite catastali dei terreni agricoli del 45 per cento (il moltiplicatore sale da 75 a 120), ai rincari dei carburanti, alla rideterminazione delle aliquote contributive pensionistiche nel settore, è una vera e propria batosta per le imprese agricole. Per giunta - continua l’assessore - gli incentivi per l’Irap non riguardano i redditi agrari e quelli per l’aiuto alla crescita economica delle imprese non si applicano alla stragrande maggioranza delle aziende che operano in agricoltura”.

Sono, dunque, “gravissime”, per Pacella, le conseguenze del decreto “Salva Italia” per gli aumenti di imposte a carico degli agricoltori. “Perché - spiega Pacella - non solo si viene esclusi dai provvedimenti sullo sviluppo, ma si viene contemporaneamente vessati sotto il profilo fiscale”.

Dal 1° gennaio, come illustrato dallo stesso assessore di Palazzo dei Celestini, il moltiplicatore per calcolare la base imponibile passa da 75 a 120 e le aliquote comunali saliranno, in media, di due, tre punti: dal 4,5 per mille al 7,6 per mille. “A conti fatti, sullo stesso terreno, si paga quasi il doppio, rileva l’assessore. Che fornisce anche un esempio. A confronto l’imposta comunale sugli immobili (Ici) con l’imposta municipale unificata (Imu) che dovrà versare un’azienda agricola con un reddito dominicale di 2mila 500 euro. Nel caso in cui il terreno si trovi a Lecce, con un’aliquota al 5,5 per mille, si pagavano mille e 289 euro; nel caso si trovi a Ugento mille e 523 euro; nel caso si trovi in un altro comune, con aliquota al 4,5 per mille, si sborsavano mille  e 54 euro. Adesso con l’Imu se ne dovranno pagare ben 2mila e 850.

Gli agricoltori sono preoccupati, in particolare, dalla tassa sui fabbricati rurali strumentali, fino ad ora esenti, poiché non sono dei valori patrimoniali. Gli immobili su cui finora non si è pagata l’Ici, come cantine, stalle, abitazioni rurali, hanno una rendita consistente, che comporterà a sua volta una pressione fiscale notevole. L’incremento della base imponibile – secondo quanto rilevato da Pacella -, assieme alle nuove tasse sui fabbricati rurali, potrà portare d incrementi di tassazione dal cento per cento sino a valori del 400 per cento. E le misure per lo sviluppo, quali la riduzione dell’Irap sul costo del lavoro e la deduzione degli interessi degli aumenti di capitale in azienda, non si applicano all’impresa agricola. “Sono misure che spettano a chi dichiara redditi di impresa - precisa Pacella - e dunque non coinvolgono chi lavora con il reddito agrario, ossia l’80 per cento delle imprese agricole italiane, che sono ancora imprese individuali. Discorso diverso per le società agricole che, però, sono una minoranza”.

Per questo, conclude Pacella, “sarebbe opportuno correggere gli aspetti del decreto più penalizzanti per il settore agricolo, perché se è giusto salvare l'Italia, non è giusto condannare la nostra agricoltura”.

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