Colpo di coda della crisi: chiudono altre 3 mila e 490 imprese locali

Questo il dato del 2020, relativo alla provincia di Lecce. Paradossalmente la pandemia sembra non aver peggiorato la situazione e, anzi, le chiusure delle aziende sono nella media degli ultimi anni

Foto di repertorio

LECCE – Il Salento perde altre 3 mila 490 imprese: questo è il numero delle attività che hanno chiuso i battenti nel 2020. Il trend delle chiusure è negativo e lo conferma uno studio realizzato dall'Osservatorio economico Aforisma diretto da Davide Stasi.

Tuttavia la pandemia da Covid non sembra aver inciso più di tanto sulla crisi delle imprese locali.

Il numero di cancellazioni dal Registro imprese della Camera di commercio rimane, infatti, sotto la media degli ultimi anni. Il dato, è bene sottolinearlo, è parziale e bisognerà attendere il 31 gennaio per avere anche i numeri di dicembre.

In ogni caso il 2020 non è stato l'anno peggiore. Nel corso del 2019 le cancellazioni furono 4 mila 742 e nel 2018 4 mila 585.

Molto grave fu la crisi del 2011 che si protrasse per il biennio successivo alla nascita del governo Monti: in provincia chiusero ben 5 mila 848 imprese attive, l’anno dopo altre 6 mila e 58 e l’anno dopo ancora 6 mila e 111 unità; poi la discesa nel 2014 (6 mila e 28) e nel 2015 (5 mila e 13).

A fine novembre si contavano 64 mila 863 imprese attive, uno dei numeri più alti di sempre. Il mese prima, è stato raggiunto il record assoluto per numero di aziende attive: 64 mila 936.

“Nel corso di quest’anno decidere di chiudere definitivamente una partita Iva – ha detto Davide Stasi – avrebbe significato perdere il diritto alle diverse forme di sussidio, bonus e ristori. Se il Coronavirus non ha ridotto il numero delle imprese, non si può dire lo stesso per i ricavi complessivi, ad eccezione di alcuni settori, che sono andati nettamente in controtendenza, come la sanità, l’e-commerce, le costruzioni e le società di consulenza impegnate nel disbrigo delle diverse pratiche per conto delle aziende-clienti”.

Dall'analisi emerge che i settori più penalizzati sono il commercio, l’alberghiero, la ristorazione e relative filiere, a causa del calo dei consumi e dei flussi turistici.

“Da marzo scorso, si parla di una recessione senza precedenti, una crisi epocale. Ma i dati reali sulla nati-mortalità delle imprese, ad oggi, non sono così negativi se messi a confronto con quelli delle crisi economico-finanziarie che, nel passato, hanno determinato la forte contrazione dei valori mobiliari ed immobiliari, dei depositi bancari, dei prestiti concessi, solo con il contagocce, da parte degli istituti di credito, nonché dell’introduzione di un sistema di tassazione più repressivo – ha concluso Stasi -. Il numero di cancellazioni è inferiore alla media mentre il saldo risulta persino positivo, con le nuove aperture che superano le chiusure”.

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