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Martedì, 21 Maggio 2024
Economia Casarano

Him Co, 63 lavoratori a rischio e accordo saltato: “Svantaggiati i salentini”

L'azienda del calzaturiero di lusso ha sede principale a Fossò e stabilimento a Casarano. Ma il contratto di solidarietà avrebbe due velocità diverse, a discapito dei dipendenti della provincia di Lecce

LECCE – Accordo saltato su incentivo all’esodo e ricorso al contratto di solidarietà. E questo anche perché a essere penalizzati sarebbero soprattutto i lavoratori salentini della Him Co Industry, società attiva nel settore calzaturiero, con sede principale a Fossò, in provincia di Venezia e uno stabilimento a Casarano. Le proposte, insomma, sono apparse insufficienti, per i sindacati, per giunta viziate da una doppia velocità che andrebbe tutto a discapito dei dipendenti della provincia di Lecce. Ergo, tutto rinviato al ministero del Lavoro.

L’incontro si è svolto ieri a Fossò, in collegamento con lo stabilimento di Casarano. L’azienda calzaturiera produce suole per grandi marchi e occupa 277 dipendenti in tutto, di cui 73 nel Salento. E la crisi definitiva è giunta allorquando, tra maggio e luglio, è stata persa una grossa commessa. Per garantire la sopravvivenza della società, dal punto di vista aziendale, si è quindi ipotizzato il ricorso all’incentivo all’esodo e agli ammortizzatori sociali.

L’azienda ha avviato la procedura di licenziamento collettivo già da qualche settimana. E sono 63 i posti di lavoro a rischio. A gravare su tutto, secondo i vertici aziendali, il contesto economico internazionale e l’affermazione di nuovi modelli di business. Il conflitto tra Russia e Ucraina ha dato un primo colpo al settore del lusso (segmento all’interno del quale opera l’azienda): 20mila paia di scarpe solo per la perdita di quei due mercati. E le previsioni, allo stato attuale, comunque incerte, volgono per una ripresa del comparto soltanto nella seconda metà del 2025.

L’andamento è negativo da almeno tre anni, con il passaggio da 400mila a 190mila paia di scarpe. Il mutamento del modello di business ha poi inferto un altro colpo, che tocca da vicino le aziende complete, proprio come Him Co, cioè in grado di gestire integralmente il business calzature. Va per la maggiore la richiesta di una specializzazione industriale, visto che i marchi sempre di più vogliono gestire direttamente la distribuzione e controllare il mercato.

Azienda e sindacati hanno trovato un punto di incontro nella necessità di azzerare le espulsioni di personale, ricorrendo al contratto di solidarietà, per effetto del quale tutti i dipendenti rinunciano a quote di stipendio per evitare i licenziamenti collettivi. L’accordo proposto inizialmente dall’azienda prevedeva una perdita oraria mensile pari al 24 per cento a tutti i lavoratori, full-time e part-time, per almeno un anno. I problemi sono sorti quando si è appurato che il peso maggiore del sacrificio sarebbe stato richiesto ai dipendenti dello stabilimento di Casarano, rispetto a quelli di Fossò, con una decurtazione pari al 45 per cento delle ore. In altri termini, una busta paga ridotta all’osso.

In tutto ciò, Franco Giancane (Filctem Cgil Lecce), Sergio Calò (Femca Cisl Lecce) e Fabiana Signore (Uiltec Uil Lecce) hanno “chiesto di conoscere prima il piano industriale, per capire dove porterà questa crisi, dichiarata come strutturale e non congiunturale, alla fine del percorso”. “Abbiamo rilevato, inoltre, che appare quanto mai strano che si rinnovino ai primi di aprile i contratti a tempo determinato, mentre allo stesso tempo si chiudono i contratti con scadenza a dicembre, e poche settimane dopo si arriva addirittura a parlare di esuberi ed ammortizzatori sociali”.

“Se solidarietà deve essere – hanno sottolineato, da par loro, il segretario nazionale di Ugl Chimici Calzaturieri, Salvatore Pomo, e la segretaria territoriale di Ugl Lecce, Veronica Merico – va spalmata sui due stabilimenti. A pagarne le conseguenze non possono essere solo i lavoratori dello stabilimento di Casarano”. Ed ecco perché “di concerto con i lavoratori stanno valutando tutte le ipotesi”.

Him Co ha già avviato la procedura di licenziamento collettivo. La proposta di accesso all’incentivo all’esodo, inteso come non opposizione al licenziamento, è ritenuta dai sindacati “non soddisfacente e non performante”: appena quattro mensilità a chi accetterà il licenziamento entro il 31 luglio; solo tre stipendi in caso di firma del licenziamento al 30 settembre; due mensilità a quei dipendenti che dovessero accettare il licenziamento entro novembre; una sola mensilità ai lavoratori che dovessero restare in azienda fino al 31 gennaio. A chi dovesse maturare i requisiti di accesso alla pensione entro marzo 2026, è stato proposto un incentivo di tre mesi se manifesteranno la volontà di essere licenziati entro marzo 2025. Di fatto, cesserebbe qualsiasi diritto o pretesa nel rapporto tra azienda e lavoratori all’atto della firma.

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