“Il lavoro di cura è donna”: la ricerca Spi Cgil e Università del Salento

L’indagine sul campione di 24 donne oltre i 55 anni illustra una realtà sul lavoro di cura che per il sindacato è tutta da rifare: l’intera giornata spesa per i famigliari non lascia tempo per sé e non ha gratificazione economica

 

LECCE - L’indagine sul lavoro di cura, svolta da Paola Martino e Serena Quarta in collaborazione con il dipartimento di Scienze sociali e della comunicazione dell’Università del Salento e con il sindacato dei pensionati Spi Cgil, deve aver sorpreso, non poco, le 24 donne tra i 55 ed i 65 anni intervistate a proposito della loro quotidianità. Un vissuto non banale, quello delle signore che dedicano l’intera giornata alla cura dei cari in difficoltà, dal marito disabile, ai figli fino ai genitori non autosufficienti. Poi, dopo anni di routine silenziosa, sono state colte di sorpresa ed invitate a parlare di sé, anziché delle persone che quotidianamente assistono, ripercorrendo le tappe della loro scelta - inutile dirlo - obbligata e affrontata nella consapevolezza che non si possa fare altrimenti.

Nessuno sarebbe in grado di sostituirle nel “corri corri” quotidiano che dalle prime ore della mattina, fino alla sera, le vede impegnate nel preparare pasti, pulire, aiutare, dividendosi tra due case e due famiglie da gestire contemporaneamente. Un lavoro vero e proprio, quello della cura, che oltre al mancato riconoscimento sociale (ed economico), viene sopportato e affrontato con un mix di gratificazione e senso di colpa. Senza tralasciare il rischio, sempre dietro l’angolo, dell’annullamento di sé.

La ricerca presentata oggi nell’incontro promosso dal sindacato presso la Cassa Edile di Lecce, parla chiaro: le signore affermano di non avere più neanche cinque minuti, di tirare una ciglia fuori posto quando capita, senza il diritto di lamentarsi. Il costo di questo carico di impegni che non va mai in ferie, quale potrebbe essere? “Non è quantificabile”, rispondono.

IMG_0280-2Il convegno mira a legare i risultati di una ricerca che conferma le aspettative (il lavoro di cura è donna e dei mariti, degli uomini, neanche l’ombra) alle proposte di intervento, innanzitutto politico, per rafforzare il welfare sociale. Creare una rete di servizi efficienti per le fasce più deboli, cioè, in grado di “liberare” il tempo della donna, ad ogni età. “Perché le scelte politiche che mirano a svalorizzare il lavoro, vengono pagate dalle donne ed in particolare al Sud. – sottolinea la segretaria provinciale dello Spi, Fernanda Cosi – Il lavoro al femminile, invece, crea valore aggiunto”. Non si tratta solo di un sacrosanto principio di equità, ma di trarre vantaggio economico dall’occupazione femminile, come confermano le ultime ricerche di settore americane riportate dal sindacato.

Al centro del convegno cui erano presenti anche il segretario generale Cgil Lecce, Salvatore Arnesano, il segretario Spi Cgil Lecce, Ninì De Prezzo, la segretaria nazionale dello Spi, Celina Cesari, la consigliera regionale di parità, Serenella Molendini e la docente di sociologia della famiglia, Maria Mancarella, vi era anche il problema dell’innalzamento dell’età pensionabile per le donne. Una scelta che non può rappresentare un passo avanti verso una reale parità dei sessi, perché poggia su una disparità di partenza nel lavoro domestico e di cura. 

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