Sciopero all'Ilva revocato. Un sollievo per i lavoratori leccesi

Dopo due giorni di protesta infuocata, si torna a lavorare nell'acciaieria di Taranto. Circa 600 le maestranze del territorio interessate dal rischio occupazionale. Per gli operai "conciliare lavoro e ambiente è l'unica soluzione"

LECCE - La quiete dopo la tempesta, per gli operai dell'Ilva di Taranto, non è ancora arrivata. Piuttosto da oggi inizia una tregua che durerà fino alla prossima assemblea pubblica in città, a ridosso del verdetto del Tribunale del Riesame sul ricorso presentato dai legali del gruppo, in merito alle misure per gli otto dirigenti arrestati (tra cui Emilio Riva ed il figlio Nicola) ed al sequestro degli impianti decise dal gip di Taranto, Patrizia Todisco con l'accusa di "disastro ambientale". Per il momento i sigilli per i sei reparti a caldo dell'acciaieria (che in realtà fermavano l'intera produzione) non sono stati ancora apposti: dopo due giorni di protesta esasperata, i lavoratori tirano un breve sospiro di sollievo.

 

Si torna in stabilimento, anche se è sabato, su turni ridotti. Si torna a sperare che il futuro occupazionale di circa 600 persone nella sola provincia di Lecce non sia definitivamente compromesso e che non sarà la forza lavoro a pagare lo scotto della "nonocuranza dei gravissimi danni che il ciclo di lavorazione e produzione provoca all'ambiente e alla salute delle persone" , per utilizzare le parole del gip Todisco. In realtà, secondo un operaio specializzato salentino, Francesco Zacà, la proprietà del colosso dell'acciaieria qualche passo in avanti l'ha fatto negli ultimi anni: "Se ne parla poco, forse, ma alcuni impianti sono già stati riconvertiti e per effetto della legge regionale anti-diossina, ridotte le emissioni nocive. Poi è chiaro che un siderurgico non produce cioccolato e la strada per l'abbattimento dei livelli di inquinamento è tutta in salita". La possibilità di continuare a produrre senza compromettere la salute pubblica, secondo l'operaio esiste eccome: "Non si può fermare tutto così, di punto in bianco, mandando 15 mila persone a casa".

Non sono ore facili per i lavoratori dell'Ilva per i quali non si parla nemmeno dell'attivazioni degli ammortizzatori sociali, nella peggiore dell'ipotesi. Forse il pensiero è stato rimandato, forse si fa strada la possibilità che il compromesso tra Ilva e Procura arrivi ad un punto di svolta positivo, come spiega il segretario Fiom Cgil di Taranto, Donato Stefanelli: "Sta alla proprietà del gruppo creare le condizioni affinchè la Procura faccia marcia indietro, prendendo impegni precisi e comprovati per il rapido adeguamento degli impianti alle norme di legge. Tutti gli adeguamenti vanno però fatti in marcia, non si possono realizzare fermando la produzione".

Stefanelli parla al termine di una due giorni di fuoco in cui i sindacati hanno sostenuto una ribellione "sacrosanta" che ha paralizzato la città ionica nei suoi collegamenti principali. Il cambio di passo nel management aziendale dell'Ilva, con l'arrivo di Bruno Ferrante, ex prefetto di Milano, alla presidenza del gruppo dei Riva, secondo il sindacalista avrebbe determinato un'apertura diversa sul versante ambientale. "Se prima la proprietà agitava lo spauracchio della disoccupazione, facendo terrorismo psicologico sui dipendenti invece di prendere in seria considerazione le imposizioni in materia di inquinamento, l'atteggiamento di Ferrante è opposto". Ieri il presidente ha ribadito la volontà ferma di non lasciare Taranto e di mettere in atto tutte le azioni necessarie per tutelare i lavoratori e l'impresa, ma "non è più tempo delle furbizie", avvisa il referente Fiom. "L'Ilva non può permettersi di comportarsi come ha fatto l'anno scorso,ha deciso di ricorrere contro la decisione del ministero di riaprire il procedimento dell’Aia o ripetendo quanto accaduto a marzo, quando ha utilizzato i lavoratori come testa d'ariete contro la magistratura, nel corso dell'incidente probatorio sulle perizie che comprovano il legame tra emissioni inquinanti e malattie mortali".

Se la bomba occupazionale dell'Ilva di Taranto è sempre stata sul punto di esplodere, con le sue deflagrazioni nell'intera provincia leccese ("si tratta di un danno economico enorme per l'intero Mezzogiorno", incalza un operaio), non è più tempo di voltar la faccia sul rischio salute che riguarda, innanzitutto, chi inala quotidianamente le famigerate polveri sottili. La contrapposizione tra lavoro e salvaguardia ambientale è un paradosso che per troppo tempo, non avrebbe scalfito i diretti interessati. Ora la musica è cambiata: "E' maturata una consapevolezza che prima, all'interno dello stabilimento non esisteva. Si andava lì per lavorare e basta. Ora si ragiona nell'ottica di una produzione compatibile con il territorio", spiega Stefanelli.

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Ieri era il giorno della riconciliazione ufficiale della fabbrica con la città. Per quanto riguarda l'ambiente, è ancora pace armata.

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