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Mercoledì, 17 Aprile 2024
Economia

Industria, volano per l’economia. Federmeccanica contro le divisioni sociali

Mobilitazione su scala nazionale degli industriali che chiedono "unità d'intenti" ed il superamento delle vecchie ideologie per rilanciare un comparto vitale che ha visto andare in fumo 23mila posti di lavoro. "Servono investimenti e abbattimento del cuneo fiscale"

LECCE – Uniti per uno nuovo sviluppo dell’industria: Federmeccanica lancia anche dalla sede di Lecce (in contemporanea con quanto sta accadendo sull’intero territorio nazionale)  il suo messaggio unitario che suona come un appello alla coesione di tutte le forze produttive del Paese. Imprenditori e lavoratori, senza divisioni di sorta, nel nome del superamento delle “vecchie” contrapposizioni ideologiche.

“Le politiche del lavoro continuano ad essere ancora discusse solo per difendere interessi particolaristici delle categorie. Dipendenti da un lato, datori di lavoro dall’altro: al contrario la persona deve ritornare al centro della questione perché il capitale umano è l’elemento decisivo su cui si gioca la competizione di un’ impresa, in uno scenario industriale maturo e fortemente globalizzato”. Le parole del presidente uscente di Federmeccanica Lecce, Giacinto Colucci, risuonano nella sede di Confindustria dove la stampa è stata convocata per fare il punto sullo stato dell’arte della produzione industriale e manifatturiera, alla luce degli ultimi sette anni di crisi economica.

Il focus del discorso è chiaro: senza industria non ci sono possibilità di lavoro, il Pil non cresce, non esistono prospettive di benessere sociale. Il metalmeccanico, infatti, non è soltanto il cuore pulsante dell’industria, ma il più rilevante dei comparti manifatturieri per la sua capacità di contribuire alla produzione della ricchezza nazionale (8 percento) e di dare lavoro a quasi due milioni di persone.

La premessa da cui bisogna ripartire, però, è dolorosa: la fase di recessione, secondo quanto è emerso dalla 132° indagine congiunturale sul settore, è più simile ad un ridimensionamento strutturale. Nel corso degli ultimi anni la produzione ha perso quasi 33 punti ed il 25 percento della capacità produttiva, bruciando 23mila posti di lavoro. Solo l’export internazionale (Cina e Stati Uniti in testa) ha controbilanciato il calo della domanda interna, sventando il tracollo.

Nel settore delle esportazioni, a sorpresa, hanno retto bene le imprese salentine che sono meritoriamente riuscite a superare gli importanti ostacoli legati alla tassazione nazionale ed alla mancanza di infrastrutture. Secondo Angelo Costantini di Confindustria la rete delle imprese locali ha retto aggrappandosi anche agli ammortizzatori sociali ordinari e, ad eccezione dei clamorosi flop di Bat Italia ed Omfesa di Trepuzzi, la produzione si è mantenuta su livelli tendenzialmente stabili.

L’industria ha però bisogno di ripartire, anzi di correre, per restare al passo con le nuove regole imposte dagli scenari globali, puntando su innovazione, ricerca, sviluppo, investimenti e soprattutto formazione dei collaboratori. L’intero dibattito politico, avvitato intorno all’articolo 18 ed al jobs act, ai battibecchi costanti tra governo e sindacati, è semplicemente “fuorviante”. “Agli imprenditori interessa solo produrre e creare nuove possibilità di impiego, puntando su manodopera specializzata ed alta professionalità: non sono le leggi a creare nuova occupazione”, ribadisce Colucci.

La ricetta di Federmeccanica per uscire dalla morsa della crisi poggia su alcuni capisaldi: innanzitutto servono maggiori investimenti pubblici in infrastrutture e una disponibilità di risorse da destinare al comparto, senza escludere gli interventi dei privati al fine di potenziare la ricerca.

Al governo di Matteo Renzi gli imprenditori chiedono di attuare fino in fondo la riforma del mercato del lavoro, dando priorità all’abbattimento del cuneo fiscale che, in Italia, è pari al 53 percento del costo del lavoro (operazione tesa a favorire gli impiegati) e la riduzione della tassazione che invece grava direttamente sulle imprese. Tassazione che, è bene ricordarlo, drena notevoli risorse perché non è sempre proporzionale agli utili registrati nel bilancio aziendale.

Infine alle nuove leve dell’industria si chiede una sempre crescente professionalità e flessibilità: condizione indispensabile per rispondere velocemente alle richieste del mercato che impongono tempi di produzione strettissimi. “La risorsa umana fa la differenza: nessun imprenditore trae vantaggio dal licenziamento di un professionista formato” conclude Colucci.

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