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Economia

A difesa del contratto: gli operatori di call center incrociano le braccia

Lo sciopero nazionale sta raggiungendo una buona adesione anche in provincia, tra le tre aziende principali: Comdata, Transcom e Call&call. In ballo c'è il rischio di definire uno nuovo contratto di categoria che "riduce diritti e salari"

 

LECCE - Sono pronti alla mobilitazione i lavoratori del settore delle telecomunicazioni, contro il rischio di un mancato rinnovo del contratto nazionale di categoria. Si comincia oggi con otto ore di sciopero e si potrebbe replicare ad ottobre , con una nuova astensione, qualora le controparti non riapressero il tavolo. Solo in provincia, i dipendenti dei call center sono quasi duemila, ripartiti tra le tre aziende più in vista ed “in regola” con le norme previste dal contratto: mille e 600 dipendenti tra “Comdata” e “Transcom” a Lecce, più altri 400 impiegati nella “Call & call” di Casarano.

Lo sciopero, indetto su scala nazionale a causa del braccio di ferro tra le associazioni datoriali e le tre sigle sindacali dei confederati, sta raggiungendo delle cifre importanti anche nel Salento: “Segno che i dipendenti stanno prendendo coscienza del rischio che si cela dietro la possibile fuoriuscita dall’inquadramento di categoria”, spiega il referente leccese di Slc Cgil, Salvatore Labriola.

La trattativa nazionale sul rinnovo del contratto delle telecomunicazioni, scaduto a dicembre, ha aperto infatti un varco nella possibilità che le aziende che gestiscono i call center fuoriescano dall’inquadramento collettivo, per ridefinire un nuovo contratto di comparto. Il rischio di una perdita in termini di diritti e forza salariale per la categoria, secondo i sindacalisti, sarebbe più che concreto.

L’azione delle associazioni datoriali, spiega Labriola, sarebbe una risposta forte all’emendamento bis al decreto Sviluppo che elimina i benefici fiscali per chi decide di spostare le attività all’estero, stabilendo regole più stringenti riguardo al trattamento dei dati sensibili. Il trattamento dei dati personali, in Italia, è sottoposto a rigide regole sulla privacy, altrove non si applica la medesima normativa, e l’utente contattato dall’operatore telefonico deve essere avvisato sulla sede del call center, in modo da poter scegliere.

Le aziende, quindi, per quanto frenate dal governo, “preferiscono mantenere una condizione di precarietà per i dipendenti”, aggiunge il sindacalista. In provincia, in ogni caso, lo sciopero ha riguardato soprattutto gli “stabilizzati”: lavoratori a tempo indeterminato, per lo più a metà tempo fino a 30 ore settimanali, che rappresentano la maggior parte dei dipendenti dei tre call center interessati.

 

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