Domenica, 25 Luglio 2021
Economia

Occupazione, Lecce maglia nera: tra le dieci peggiori province d’Italia

Nuove assunzioni in calo, segnali negativi dal comparto industriale e speranze che si riaccendono per il turismo e l'impiego stagionale: il quadro tratteggiato dall'analisi di Unioncamere e ministero del Lavoro è a tinte fosche

Al centro, il presidente della Camera di commercio leccese, Alfredo Prete.

 

LECCE - Il Salento è in piena emergenza occupazionale. Niente di nuovo sotto il sole: migliaia di cittadini stanno sperimentando già, sulla propria pelle, gli effetti della crisi finanziaria. Ma il trend negativo è destinato soltanto a peggiorare: l’analisi previsionale per il 2012, prodotta da Unioncamere e ministero del Lavoro è, infatti, impietosa. Lecce risulta tra le dieci peggiori province d’Italia.

I dati comunicati in conferenza stampa dal presidente della Camera di commercio di Alfredo Prete, alla presenza dei segretari generali di Cisl e Uil disegnano un quadro a tinte fosche: è previsto un crollo dei posti di lavoro pari al 2,3 percento, cioè altre 2.060 possibilità occupazionali che vanno in fumo. Non va meglio sul versante assunzioni: le imprese del territorio prevedono di inserire 7.810 lavoratori. Pochissimi dunque: 150 in meno dell’anno precedente. E questo è solo uno dei riflessi del clima di incognite finanziarie che avvolgono il Paese. Se si sommano, poi, le basse prospettive di crescita produttiva e l’attesa per gli esiti dell’attuale riforma del lavoro, ecco spiegato il motivo per cui gli imprenditori salentini usano molta cautela nell’ampliamento dei propri organici.

Ma il quadro delle cattive notizie non è completo.  La quota di imprese che prevedono di assumere si attesta, infatti, al 14 percento: la più bassa degli ultimi quattro anni. Circa un terzo delle nuove assunzioni sarà, poi, in sostituzione dei dipendenti in uscita o assenti per altri motivi.

Gli unici segnali di speranza per il territorio, provengono dal settore dei servizi, turistici in particolare e legati all’ alberghiero ed alla ristorazione, che prevedono di inserire nel mercato 2.540 lavoratori, per lo più stagionali. I dati confermano la crisi del settore industriale: previste 2.950 assunzioni, soprattutto nel settore delle costruzioni e 450 unità da destinare al comparto alimentare.

Per quanto riguarda la tipologia dei nuovi contratti, più della metà avranno a carattere stagionale, solo il 22,6 percento a tempo indeterminato, il 13 percento avrà tempo limitato ed il 7,9 percento dei nuovi assunti firmerà un contratto di apprendistato. Le percentuali più elevate di nuovi inserimenti riguardano l’edilizia, i servizi legati ai trasporti e quelli finanziari.

L’indagini non rileva sostanziali differenze di genere al momento dell’assunzione, ma fotografa una realtà ben nota: se ci sono buone speranze di entrare nel mercato del lavoro entro i 30 anni, queste si abbassano drasticamente per gli over 45.Le professionalità più richieste sono artigiani e operai specializzati, tra questi gli edili e gli esperti in materie elettriche ed elettroniche.

Per gli studenti laureati, aumentano le possibilità di ingresso nelle imprese salentine che richiedono conoscenze nel settore economico e sanitario. Resta invariata, invece, la ricerca di personale diplomato.

Salvatore Arnesano di Cgil e Piero Stefanizzi di Cisl, nel commentare il ritratto di un Salento in piena tempesta occupazionale, confermano la preoccupazione che i dati reali potrebbero smentire,  in negativo, le attuali previsioni. “Dobbiamo cambiare metodo e ripartire dai settori che tengono, turismo ed agricoltura. – sottolinea Arnesano – La crisi chiede un’assunzione di piena responsabilità e per questo il sindacato spera nella costituzione di un tavolo di concertazione permanente, promosso dalla Camera di commercio, per mettere in atto azioni sinergiche e riaccendere la speranza”.

Il collega di Cisl lancia un appello diretto alla politica “assente e distratta” sui grandi temi del lavoro: “Dobbiamo ripensare l’uso degli ammortizzatori sociali che drogano il mercato del lavoro perché utilizzati in maniera massiccia. Queste risorse dovrebbero essere impiegate, invece, per mettere a frutto le eccellenze, attraverso il riconoscimento di una zona franca territoriale che comprenda l’intera provincia”. 

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