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Uil e il lavoratore al tempo della crisi, tra identità saltate e salario mancante

Convegno Uil e Uilca sui grandi temi del lavoro divenuti marginali nell'agenda politica. I sindacalisti ripercorrono la storia delle rivendicazioni operaie fino alla crisi odierna. Una soluzione: puntare sull'innovazione delle idee

LECCE – Qual è il ruolo del sindacato al tempo della crisi? Una domanda che suona come una sfida per le parti sociali che, da almeno un paio di decenni, fanno i conti con la parabola discendente del calo della rappresentatività all’interno delle imprese, l’indebolimento del potere contrattuale ed il conseguente deteriorarsi della stima e del consenso  raccolti tra i lavoratori. Iscritti e non.

Una risposta, seppure parziale, al grande tema ha cercato di darla la Uil di Lecce, dedicando un intero convegno al nodo del lavoro, che ormai rientra solo marginalmente nell’agenda politica dei grandi partiti nazionale, ed interrogandosi sul futuro delle stesse organizzazioni confederali.

Il convegno, organizzato presso l’Hotel Hilton Garden Inn di Lecce, è stato introdotto da Oronzo Pedio, segretario provinciale di Uilca e coordindato da Adelmo Gaetani, consigliere nazionale dell’Ordine dei giornalisti. Dei lavori si sono occupati gli ospiti Giorgio Benvenuto, presidente della Fondazione Bruno Buozzi, Aldo Pugliese, segretario regionale Uil, Salvatore Giannetto, segretario provinciale del sindacato e Piernicola Leone De Castris, numero uno di Confindustria Lecce. 

Una proiezione iniziale ha aperto la sessione: un video il cui montaggio alternato di stralci di telegiornale e film celebri ha ripercorso, per sommi capi, i grandi momenti della storia sindacale italiana. Dai clamorosi scioperi della Fiat, alla rivoluzione sessantottina fino alla forte crisi di “coscienza collettiva” che sta segnando i tempi moderni. E non sembra aver risparmiato il fanalino di coda dell’intero processo produttivo: il lavoratore appunto, l’operaio. Un tempo protagonista del movimento di rivendicazione dei diritti, ora messo ai margini della crisi economica che ha sostituito i protagonisti della “lotta di classe”. La scena internazionale sembra essere, infatti, del tutto occupata dal ceto medio che tenta, faticosamente, di riconquistare i privilegi persi. E scongiurare il declassamento verso una soglia più bassa.

In questo contesto s’inserisce il libro di Giorgio Benevenuto e Antonio Maglie, “Il lavoratore ritrovato” , presentato in occasione del convegno, che analizza l’affannosa ricerca “d’identità” del lavoratore medio. La consapevolezza di sé e del proprio ruolo (è questo il cuore del libro) si è persa nei meandri della guerra del capitale. In una chiave post-moderna. Gli autori, infatti, vanno oltre e descrivono uno scenario di conflitto globale del capitalismo finanziario, giocato sulla pelle dei lavoratori. Se un click basta a smuovere immense somme di denaro da un punto all’altro, alla forza lavoro è stato presentato un conto salato, fatto di cassa integrazione, mobilità e licenziamenti. 

Oronzo Pedio, referente del sindacato dei bancari e degli assicuratori, riassume in un solo esempio la portata, immensa, degli squilibri sociali: “Negli anni ’70 un imprenditore poteva guadagnare 30 volte lo stipendio base del proprio dipendente. Oggi l’asticella è saltata, e la proporzione può essere anche di 1 a 400”. Il sindacalista ha presentato anche i risultati di un sondaggio elaborato da Uilca, dalle risposte eloquenti: l’87 percento del campione intervistato  ha denunciato l’eccessiva presenza di delegati sindacali all’interno delle aziende, e nutre dubbi sul potere contrattuale rimasto alle forze sociali.

Non c’è dubbio che tanto la politica quanto le parti sociali abbiano bisogno di uno stravolgimento: questa è la riflessione che ha accumunato tutti i presenti. Con un però, dettato dal fatto che la forze del cambiamento nasce dalle idee e poco ha a che vedere con il fattore anagrafico. Sono gli scenari futuri, che si prefigurano, a dettare la necessità di rompere una forma mentis adagiata sullo ‘status quo’, spiegano i sindacalisti.

Del resto, non serve andare troppo in là con la logica per comprendere cosa significhi la parola ‘crisi’. Il segretario provinciale Giannetto la riassume in poche cifre: 6000 richieste di cassa integrazione nel Salento, 180 mila disoccupati nell’intera provincia (la stima è per difetto), un’intera generazione di giovani dai 18 ai 40 anni che non ha mai conosciuto il lavoro  e una zona grigia di over 50 che non sanno più a che santo votarsi. Più prosaicamente, dove ricollocarsi una volta espulsi dal circuito produttivo.

La desertificazione del territorio è una storia tristemente nota: dal Tac al settore metalmeccanico, nessun comparto ha retto bene l’impatto d’urto con la congiuntura economica. E occorre ricominciare quasi daccapo. “Le relazioni industriali sono l’asse portante di un territorio – ha spiegato il presidente di Confindustria, in piena sintonia con quanto detto – e per vincere la sfida abbiamo bisogno del consistente aiuto del sindacato. La recente scomparsa degli steccati ideologici sta favorendo la collaborazione, ma dobbiamo fare uno sforzo in più e proiettare la produzione verso la modernità che impone un riposizionamento sulle fasce più alte del mercato”.

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