"Non siamo mafiosi": la rivendicazione dei dipendenti Gial Plast davanti alla prefettura

I lavoratori, mandati a casa in seguito all'interdittiva antimafia, protesteranno per 3 giorni. Cobas chiede il reintegro sul posto di lavoro per una trentina di loro

In foto: il sit-in dei dipendenti davanti alla Prefettura di Lecce

LECCE - “Siamo padri di famiglia, non mafiosi. Ridateci la dignità perché il lavoro non si tocca”. Lo striscione campeggia dalle prime ore della mattinata in via XXV luglio a Lecce e riassume la paradossale vertenza dei lavoratori licenziati dalla Gial Plast che gestisce il servizio di rifiuti in molti comuni del Salento.

L'azienda, come noto, è stata raggiunta da una interdittiva antimafia e in via precauzionale ha mandato a casa alcuni dipendenti che avevano avuto problemi precedenti con la giustizia. Il provvedimento era stato firmato dal prefetto di Lecce, Maria Teresa Cucinotta, in chiave preventiva, per sventare il rischio di presunte infiltrazioni mafiose  nella srl con sede a Taviano.

Le ricadute occupazionali sono state, però, pesanti per circa 30 lavoratori immediatamente difesi da Cobas che si è schierato contro la sospensione dei contratti di lavoro. Già a maggio  il sindacato di base aveva dichiarato lo stato d'agitazione di tutto il personale del servizio di igiene ambientale impiegato nelle tre province.

E da oggi 12 giugno, e per 3 giorni, i lavoratori saranno ai piedi della prefettura di Lecce in segno di protesta. L'obiettivo del sit-in è quello di ottenere risposte certe sul problema occupazionale che ha investito decine di famiglie del territorio.

I sindacalisti di Cobas, che già avevano definito questi licenziamenti “illegittimi e discriminatori”, hanno rispolverato i dettami costituzionali, a partire dall’articolo 1: “L’Italia è fondata sul lavoro che rappresenta il principio cardine su cui si è costituito l’ordine democratico. La Repubblica italiana deve quindi garantire il lavoro a tutti i cittadini anche a quelli che si sono macchiati in passato di reati, senza distinzioni, per ottenere il reintegro sociale”.

I sindacalisti fanno notare che spesso, e laddove sia possibile, l’ordimento giuridico prevede che il recupero sociale avvenga proprio tramite il lavoro:  “Addirittura in alcuni casi a chi è detenuto viene concessa la possibilità di uscire dal carcere per andare a lavorare. A conferma di quanto detto, ricordiamo che sono in vigore diverse disposizioni di legge che prevedono incentivi per i datori di lavoro che assumono questi cittadini che abbiamo commesso reati”, aggiunge il referente Giuseppe Mancarella.  

Per questi motivi Cobas chiede è tornata a rivendicare “l'immediato reintegro lavorativo” di tutti i lavoratori Gial Plast delle provincie di Lecce, Brindisi e Foggia.

La vertenza, però, non rappresenta un caso isolato: “Questa vicenda è legata a doppio filo ai licenziamenti effettuati da Ecotecnica, subentrata a Gial Plast nel passaggio di consegne presso il Comune di Ugento ha deciso unilateralmente di disapplicare la clausola sociale dell’articolo 6 del contratto collettivo dell’igiene ambientale. Di fatto non ha assunto 3 dipendenti che si sono visti sbattere la porta in faccia perché Gial Plast ha effettuato nei loro confronti per due la sospensione cautelativa e per un altro il licenziamento. Per questi motivi riteniamo che anche questi tre licenziamenti fatti da Ecotecnica siano illegittimi e chiediamo l’immediato reintegro lavorativo”, conclude Mancarella.

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