Quell’aumento dell’Iva che favorisce i più ricchi

Un salentino che svolge la pratica forense a Roma ha inviato alla nostra redazione un contributo sul temuto aumento dell'Iva

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di LeccePrima

Circa 150 euro in meno in un anno. E' questa la somma di denaro a cui le famiglie italiane meno abbienti potrebbero dover rinunciare in caso di aumento dell'IVA dal 21% al 22% così come previsto dal Governo per la prossima settimana. Lo si evince da uno studio condotto dal Centro Europa Ricerche, in collaborazione con la Confcommercio, relativo alla situazione economica italiana e agli effetti reali di un possibile aumento dell'imposta sul valore aggiunto (IVA).

Secondo la relazione del CER, suddividendo la popolazione italiane in 10 fasce di reddito, nel caso di aumento IVA gli appartenenti alla seconda fascia di ritroverebbero a dover affrontare una perdita in termini di reddito disponibile di circa 200 euro annui, mentre gli appartenenti alla decima fascia potrebbero vedere addirittura aumentato il loro reddito di circa 190 euro.

Secondo gli studiosi del CER inoltre, l'aumento dell'IVA oltre ad avere "marcati effetti regressivi e colpire in maniera maggiore i percettori di redditi più bassi", non sarebbe in grado di apportare i benefici sperati.

Quello che secondo lo studio viene trascurato è che l'aumento di un punto percentuale dell'imposta indiretta più che comportare l'aumento della competitività del sistema produttivo, provocherebbe effetti negativi sull'inflazione e sui consumi. Del resto proprio a causa del precedente aumento dell'IVA dal 20% al 21%, l'inflazione italiana è stata caratterizzata da tassi superiori al 3% per quasi tutto il 2012.

Non è quindi compatibile con la politica di "allentamento fiscale" imprescindibile per far si che il Bel Paese possa uscire dalla crisi, un aumento dell'imposta sul valore aggiunto cosi come previsto dal Governo Letta.

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