Venerdì, 30 Luglio 2021
Economia

Imprese che chiudono : il picco più alto dal 2004. Confindustria attacca la politica

Secondo i dati nazionali di Unioncamere, stiamo peggio che nel 2009, anno di punta della crisi. 31 mila le imprese fallite in tre mesi. Gli industriali denunciano l’inerzia politica, sollecitano il finanziamento degli ammortizzatori sociali

L'immagine di una delle numerose proteste

LECCE – Difficile immaginare una congiuntura economica peggiore. Eppure il trend negativo, piuttosto che assestarti, procede la sua corsa. I dati su scala nazionale, presentati oggi da Unioncamere (l’unione italiana delle Camere di commercio), provocano un brivido: i primi tre mesi del 2013 superano di gran lunga il picco della crisi registrato nell’intero 2009.

Durante quell’annus horribilis il bilancio tra aperture e chiusure di imprese era stato negativo per poco più di 30mila unità. Con un saldo di meno 31mila e 351 unità, i primi tre mesi del 2013 rappresentano, quindi, il peggior primo trimestre rilevato all’anagrafe delle imprese dal lontano 2004. Nella classifica dei settori in caduta libera, al primo posto si piazza l’artigianato, seguito a ruota dall’edile, manifatturiero e dal commercio.

E gli industriali leccesi, quelli che la crisi la toccano con mano, tornano a denunciare lo stallo economico che regna sovrano. Il collegio dei probiviri di Confindustria Lecce, già presidio di vigilanza etica dell’associazione, si dichiara in “sintonia” con le preoccupazioni espresse dal mondo del lavoro e dell’imprenditoria, al punto tale da intravedere “devastanti irreversibilità a danno della coesione sociale, del diritto esistenziale e della tenuta democratica del Paese, scivolato in sacche di impoverimento diffuso e in desertificazione occupazionale”.

I componenti del collegio (Giacinto Urso, Sara Andriolo, Lucio Caprioli, Giuseppe Mormandi, Giorgio Petrachi, Mario Sansonetti, Alessandro Stasi, Dino Viterbo) puntano il dito contro la politica, tacciata di una grave inerzia che, in questi giorni, “sta divenendo più intollerabile anche per le recenti risultanze elettorali che hanno inasprito le difficoltà e che perciò reclamano una più obbligata, plenaria convergenza di intenti per fronteggiare le conseguenze di un vero stato di guerra di natura economica”. Una situazione aggravata, dicono, da una confusione politica senza precedenti.

“Risulta, infatti, irrazionale, deplorevole e antipatriottico che le forze partitiche continuino a rimanere barricate nei loro fortini di parte e smarriscano  il bene comune, l’interesse del Paese e l’onore nazionale sino al punto di non riuscire a comporre un governo di emergenza- proseguono loro -. Esigenza indifferibile per ricercare urgenti misure di continuità, di contenimento del negativo e di compatta rappresentatività presso gli organismi internazionali e nel contesto di una Europa, che ha smarrito il suo tempo comunitario, praticando inavvedute politiche recessive, le quali, se protratte, distruggono gli Stati deboli e si apprestano, per contagio, ad estendere le vicissitudini agli Stati ritenuti forti, che giocano anch’essi un ruolo aggiuntivo di sfacciata speculazione”.

 I probiviri rilevano, tra i tanti, un aspetto preoccupante. Anzi “spregevole”: quello di uno Stato che non riesce a pagare i debiti finanziari ai suoi fornitori. “Pretendendo spesso – aggiungono -, ed in via coatta, l’immediato versamento di balzelli fiscali, sempre più pesanti e gravati di smisurate penalizzazioni”.

Il Collegio di Confindustria auspica, quindi, che i parlamentari, i vertici degli enti locali, le rappresentanze dei corpi sociali, professionali e partitici, operanti sul territorio, recepiscano con urgenza il grido di allarme, attivandosi. Cominciando ad attivarsi da subito per garantire almeno i fondi necessari per il pagamento degli ammortizzatori sociali: vera piaga economica che attanaglia l’intera regione.

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