Mercoledì, 4 Agosto 2021
Economia Centro / Piazza Sant'Oronzo

Monte dei Paschi, in sciopero contro il rischio del licenziamento

Anche nel capoluogo salentino, in piazza Sant'Oronzo, i dipendenti della banca hanno manifestato contro l'affidamento del back office e la chiusura delle filiali. Il licenziamento, un'ipotesi legata al passaggio a società esterna

 

LECCE - Lo sciopero degli impiegati del Monte dei Paschi di Siena sembra una contraddizione in termini: proprio nel periodo storico di maggior trasferimento di liquidità della Bce agli istituti bancari nazionali, in Italia scendono in piazza i lavoratori di Mps e quelli di Unicredit. Le due banche sommate al gruppo Intesa Sanpaolo (non esente dalle proteste del personale) rappresentano, infatti, il 90 per cento della popolazione bancaria.

La mobilitazione dei 200 addetti del polo consortile di Lecce del gruppo senese,  per i referenti sindacali di Fabi, Fisac Cgil, Ugl Credito, Uilca e Dircredito divide, con lo sciopero di Unicredit, un comun denominatore chiamato Alessandro Profumo: l’attuale presidente di Banca Mps, già amministratore delegato di Unicredit, è stato rinviato a giudizio per una presunta maxi frode fiscale di 245 milioni di euro. “Dopo aver dissestato il primo gruppo bancario si è dovuto dimettere, ora è stato chiamato a salvare il Monte dei Paschi di Siena”, insinua ironicamente Domenico Gemma di Dircredito Lecce.

Al di là delle vicissitudini del management aziendale, comunque, la protesta dei dipendenti si concretizza su altri punti del controverso piano industriale presentato per il quadriennio 2012 – 2015. Ed, in particolare, sull’esternalizzazione del back office che comprende le attività amministrative ed informatiche. La cessione di un ramo d’azienda ad una, non meglio precisata, azienda esterna, oltre a non garantire il rispetto delle condizioni contrattuali precedenti, insinua nei dipendenti il forte dubbio di un “escamotage” individuato dalla banca per liberarsi di loro, scaricando la responsabilità su terzi.

Ancora una volta, i sindacalisti spiegano il meccanismo senza giri di parole: “Le banche, in maniera truffaldina, lasciano alla società esterna il compito di licenziare per non sporcarsi la faccia”. Inoltre l’affidamento del back office a partner esterni, potrebbe interessare sia il personale del consorzio sia della rete, comprendendo quindi le filiali e le aree territoriali. Un possibile disagio che si somma alla chiusura di 400 filiali sul territorio nazionale dalle conseguenze imprevedibili: un taglio sul costo del lavoro che sarebbe poco allineato agli obiettivi di redditività.

Nel calderone della protesta rientra di tutto, compreso “il drastico abbattimento salariale nel periodo del Piano” e la disdetta del contratto integrativo con tutto ciò che ne consegue in termini di incentivi, assunzione, sicurezza e mobilità. Su un punto i sindacalisti pongono l’accento: “Il contratto integrativo premiava i risultati raggiunti in squadra. Ora il management aziendale punta sulla meritocrazia individuale: i singoli, pur di emergere, potrebbero avere la tentazione di piazzare prodotti finanziari ad alto rischio, a tutto discapito degli utenti bancari”, aggiunge Gemma.

Se i “bancari” godono della fama di privilegiati, a quanto pare c’è poco da stare allegri. Il mantello della crisi sembra, infatti, la copertura ideale in cui tagliare qui e lì, invece di “valorizzare la tradizione storica della Banca basata sul supporto alle imprese locali ed ai piccoli risparmiatori”.

 

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