Cinema

“In grazia di Dio”. Intervista allo sceneggiatore, Alessandro Valenti

Come già per "Galantuomini", il soggetto e la sceneggiatura dell'ultimo film di Edoardo Winspeare, che ha riscosso l'apprezzamento anche di Roberto Saviano, sono del 41enne leccese che ora è al lavoro per il suo esordio da regista

Alessandro Valenti.

LECCE – L’ultimo film di Edoardo Winspeare, “In grazia di Dio”, raccoglie consensi e non solo da parte della critica. E’un lungometraggio riuscito, recitato spesso in dialetto ma privo di quella cappa provinciale che così spesso incatena il cinema italiano, dal quale si differenzia  per fortuna anche perché è privo di quell’insopportabile piglio didascalico che tenta di indicare alla masse cosa è giusto e cosa no.

Il film è girato nel Salento ma non è sul Salento: se il soggetto fosse stato sviluppato nelle langhe piemontesi o nel bel mezzo di una metropoli non sarebbe cambiato nulla, perché la forza è nella storia, nell’intreccio di umori ed emozioni dei suoi protagonisti, tutti attori non professionisti, ma molti dei quali di grande talento, a partire da Celeste Casciaro, moglie del regista.

Soggetto e sceneggiatura – come già per “Galantuomini” - sono di Alessandro Valenti, 41enne leccese che con Winspeare ha un rapporto di amicizia e di collaborazione nato sul set di “Sangue Vivo” (nel quale Valenti recita), film che valse al regista un premio al “Sundance Festival” di Robert Redford. I due hanno praticato insieme anche il genere documentaristico, frequentazione che è ben visibile nell’ultima pellicola .

Oramai quello con Edoardo Winspeare è un vero e proprio sodalizio. Cosa vi lega così tanto?

Anni fa ho tenuto un corso di scrittura creativa all’ Università e la cosa che più mi ha impressionato sai quale è stata? Nessuno ambientava le storie qui nel Salento: tutti o quasi finivano a Parigi o a Londra. Credo che insieme ad Edoardo abbiamo contribuito a far sì che le persone si riappropriassero di un immaginario. Ed è questo mi lega di più a lui: cercare di essere il meno provinciale possibile raccontando la provincia. Per essere universali bisogna raccontare quello che si conosce”.

Il regista lo ha definito il suo film più bello. E’ anche il tuo parere?

Credo che sia il film che più aderisce alla sua estetica che è prettamente neorealista.

Ci saranno pure dei difetti. Per esempio, dura un poco troppo e, forse, non riesce ad esprimere fino in fondo l’essenza di tutti i protagonisti .

Permettimi di essere presuntuoso e di citarti quello che ha scritto Roberto Saviano sul nostro film. Ha detto che è la prima vera opera su cosa stiamo diventando e cosa stiamo perdendo aggiungendo che è una lezione a tutto il cinema italiano. Io sono d’ accordo con lui  e lo ringrazio per questi giudizi.

La lettura prevalente punta molto sul ritorno all’economia rurale come antidoto alla crisi, ma così non si rischia di sacrificare la complessità dell’intreccio dei rapporti umani?

Sì, pare anche a me: abbiamo cercato di raccontare il ritorno alla terra seguendo un approccio più emozionale che politico. Nessuno teorizza, nel film, un ritorno alla terra: le protagoniste sono costrette a farlo per ragioni economiche, ma così facendo scoprono, in alcuni frangenti, la felicità.

Da “Sangue vivo” ad oggi, cosa è cambiato in Edoardo e cosa in te?

Edoardo con questo film ha raggiunto uno stile personale di regia di grandissima potenza visiva. Quanto a me non saprei cosa dirti perché il primo ad essere straniero a me stesso sono io.

Hai già qualche soggetto nuovo per la testa?

Ho scritto un film, per una casa di produzione austriaca,  tratto dal libro “Eva dorme” di Francesca Melandri e poi sto lavorando al mio primo film come regista, mi affascina l’ idea di raccontare la misericordia. E per Baldini & Castoldi uscirà per Natale il libro tratto da “In grazia di Dio”.

Oltre al vostro, quale film italiano degli ultimi tempi consigli ai nostri lettori?

“L’ intervallo” di Leonardo di Costanzo. 

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