L’anno del Presepe: il libro di Raffaele Gorgoni

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    Dal 02/12/2020 al 30/12/2020
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Tirare fuori i pupi dalle scatole, sistemare il muschio raccolto in campagna e messo ad essiccare con cura, e le lucine per ricreare l’atmosfera di un tempo remoto nella storia, mescolata a quello dell’infanzia. L’inaugurazione, insindacabilmente, l’8 dicembre, lo smontaggio il 2 febbraio.

Quanti ricordano i riti che accompagnavano l’allestimento del presepe? A quanti di noi, ripensandoci, balza alla mente la figura di un nonno indaffarato tra statuine, colla e carta di giornale?  Quanti ancora portano avanti questa tradizione?

Il giornalista e scrittore Raffaele Gorgoni torna a emozionarci con un libro a metà tra mémoire, saggio storico e di costume, che scava nei ricordi di famiglia per riportare alla luce i dettagli di un mondo lontano, forse scomparso.

Attraverso il rito del presepe, che si protraeva ininterrottamente per l’intero arco dell’anno, accediamo alle labirintiche stanze di una dimora del Sud Italia in cui mamme e sorelle, cugini, nonni, zii, il gineceo delle amiche animano la quotidianità di una tipica famiglia allargata, tra convivi rituali, la puntuale organizzazione della casa e il sacro rispetto delle feste.

Incipit

«L’Anno del Presepe è il tempo per celebrarlo tra l’Immacolata e la Candelora, secondo la tradizione, e il tempo per disfarlo e ricostruirlo dalla Candelora all’Immacolata. Un tempo fluido, costellato da eventi più che segnato per date puntuative.

Sarà stato il 1958. Forse il 1959 o addirittura l’anno dopo.

Non riesco a fissare l’anno d’inizio del mio addestramento al presepe.

Forse perché L’Anno del Presepe non è un anno, una data ma un tempo indeterminato, un clima, un’atmosfera, uno scorrere dei mesi e delle stagioni segnato da ricorrenze non precise. Il Natale appunto che rendeva presente il presepe dall’otto dicembre al due febbraio; il Carnevale che non si capiva mai quando cominciava ma finiva di un mercoledì con quella misteriosa faccenda delle ceneri e da lì cominciava la Quaresima e, man mano che si avvicinava la Pasqua, si scandivano la Domenica delle Palme e i Sepolcri. A quel punto era già primavera. Ancora un poco e si sarebbe entrati nel tempo del grano e nella furia dell’estate punteggiata di raccolte di mandorle, di noci, di fichi e al primo fresco serale già era tempo di vendemmia e di cotogne e l’ultimo grappolo tagliato e l’ultima cotogna colta coincideva con le prime ulive ma già l’agrumeto si colorava delle arance e dei mandarini che avremmo raccolto per Santa Lucia.

Ogni tempo era segnato più per sapori che per date. Le ciliegie sapevano d’inizio estate e i fichi d’india d’inizio autunno. Le noci se erano fresche si era alla fine di giugno. Secche a fine agosto.

Anche i tempi familiari erano senza date. Dopo Natale, prima dei Santi, dopo i Morti. Certi eventi necessariamente dovevano avvenire dopo Pasqua e comunque mai di Quaresima.

Altri eventi turbinosi segnavano il tempo, quando nell’imminenza della Pasqua una furia sembrava prendere il gineceo casalingo che con l’ausilio di altre donne sconosciute si dava a spostare mobili, spazzare e lavare ovunque, spazzolare tendaggi, aprire armadi, sciorinare al sole biancheria e lenzuola. Le pulizie di Pasqua coincidevano con la visita del parroco che spargeva l’acqua santa in tutte le stanze tirate a lucido, intascava l’obolo della nonna e affidava al chierichetto il paniere con i primi fioroni.9

In questo ruotare agricolo-religioso il tempo non aveva date precise, burocrazie da calendario. Giusto il fatto che il primo ottobre cominciava la scuola ma non proprio perché il primo ottobre toccava a certe classi e il due a certe altre e il tre ad altre ancora e talvolta si arrivava al cinque o al sei ottobre (...)».

Dal libro

«Un paio di volte alla settimana la nonna e sua sorella ricevevano. A metà del pomeriggio una frotta di coetanee faceva la sua comparsa. D’inverno la cerimonia (perché di una vera e propria cerimonia si trattava) si svolgeva in un cerchio intorno a un monumentale braciere, una grande copertura d’ottone traforato aveva al culmine un’aquila dalle ali spiegate. Nella buona stagione la medesima formazione prendeva posto in una veranda contornata di gelsomini.

Si trattava comunque di una faccenda informale. La nonna non si cambiava per queste occasioni nel corso delle quali veniva servito tè con biscottini.

Anche qui la conversazione era fittissima e procedeva a svolo. Gli argomenti si sviluppavano di voce in voce per analogia e per contrasto. I ricordi s’intrecciavano, si sovrapponevano in un arco di tempo che, per via dell’età, copriva ampiamente la prima metà del Novecento. Avere vissuto il tempo di due guerre mondiali che si erano portate via anche qualche figlio e qualche marito non era cosa da poco.

(…) Quanto all’anziano gineceo appariva di contro emancipatissimo per libertà di opinioni, diversità di pareri, differenze di sensibilità e di cultura. Per singolari vicende, prima di ritrovarsi in questa sperduta città d’origine, era toccato loro in sorte un lungo pellegrinaggio in Italia e per qualcuna anche all’estero. Cose del genere lasciano il segno e ricordi di altre mondanità rispetto a quelle assai modeste di una città di provincia.

Il sabato invece era giornata di visite. Queste annunciate da biglietti o telefonate avevano carattere più formale e si svolgevano nel salotto buono sia d’estate che d’inverno. La nonna si cambiava per l’occasione e il servizio prevedeva liquorini e piccola pasticceria.

Nelle conversazioni familiari la nonna spesso ricordava che fosse necessario ricambiare questa o quella visita, quasi che il tutto fosse governato da un protocollo diplomatico».

***

«Pur nella fretta dell’allestimento la parte finale della preparazione del presepe era quella più discorsiva.

L’osteria era il luogo della perdizione o della riconciliazione, dell’inganno, del tradimento o dell’amicizia?

E la zingara? E perché porta un cesto con alcuni rottami di ferro? E se fosse una sibilla che predice la crocifissione?

Naturalmente sono diverse le contadine che portano uova, in un cesto, avvolte in un fazzoletto, persino in un cappello.

Oronzo sistemava le portatrici di uova nei pressi della zingara. Se questa reca il presagio della croci­fissione, le uova sono il simbolo della resurrezione e della pasqua.

Apparentemente è una figuretta insignificante. Una donna che stringe al petto un involto.

Bisogna ripartire dai misteriosi ghiribizzi degli Apocrifi.

Gli angeli che sostano in buon numero intorno alla natività impediscono l’accesso alle donne nubili. Le ragioni sono assai confuse ma Stefania ha troppa voglia di vedere la sua amica Maria e il Bambinello.

Avvolge un sasso in un panno per simulare una maternità e si presenta al cospetto di Gesù. Naturalmente un alto vagito si leva dal sasso che intanto è diventato un bel bambino e si chiamerà Stefano.

Al miracolo seguirà la storia di Santo Stefano che, nato da una pietra si porterà dietro questa storia fino al martirio per lapidazione.

Mentre disponeva la Stefania in presenza della natività, Oronzo svagava sulle raffigurazioni di Santo Stefano. Giotto, la Pala Tornabuoni del Ghirlandaio, Lotto, Raffaello, Parmigianino, Gentile da Fabriano, Giulio Romano e tanti altri ancora.

Si tracciava così nella memoria il nostro Presepe dei Semplici in relazione con l’arte sacra che trovava ispirazione nella originaria e feconda narrazione degli Apocrifi».

L’autore

Raffaele Gorgoni (Bari nel 1950), è giornalista, documentarista e scrittore, giornalista parlamentare e inviato speciale. Si è occupato di criminalità organizzata e di immigrazione. Ha realizzato per la Rai reportage in numerosi Paesi dell’area mediterranea. Tra il 2000 e il 2011 è stato capo ufficio stampa della Presidenza della Regione Puglia e del Ministero per i Rapporti con le Regioni.

Svolge attività pubblicistica per Franco Angeli, «Futuribili. Rivista di studi sul futuro e di previsione sociale» e «Limes. Rivista italiana di geopolitica». Tra le sue pubblicazioni più recenti: Lettere da una Taranta (2017) e Cinque Variazioni su Lo Scriba di Càsole (2019).

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