Giovedì, 17 Giugno 2021
Cultura

Bascià, la ricetta della felicità in un brioso mix d’arte e cucina

Nature morte, ritratti e soggetti figurativi in cui l’iperrealismo è solo il pretesto per evocare emozioni sensoriali che finiscono per diventare opere d’arte da consumare a tavola. Chef di professione e pittore per passione, l’artista originario di Monteroni si racconta per la prima volta

MONTERONI DI LECCE– Daniele ci accoglie in un piccolo e delizioso appartamentino preso in fitto che condivide con Giada e Josuè, la moglie e il figlio di appena tre anni e mezzo, nella zona periferica di Monteroni. La casa è arredata in maniera essenziale ma il tocco di mamma Giada si vede fin nei più piccoli dettagli; così come si vede, ovunque, la passione di Daniele. È il piccolo Josuè a farci da cicerone lasciandoci ammirare il bellissimo trompe l’œil (dal Fr. Inganno dell’occhio, ndr) realizzato dal padre che decora un’intera parete della sua stanzetta con i personaggi Disney.

Opera ad affresco che, quando lasceranno l’immobile, ci fa notare Daniele con una certa malinconia, si godrà il proprietario.

“Lui ancora non ne è convinto – ci dice Giada, con piglio deciso, offrendoci un succo di frutta preparato in casa, – ma è sempre stato un artista. E si nota in ogni cosa che fa”.

Di Daniele Bascià, in effetti, colpisce proprio la sua capacità di coniugare due attività che, all’apparenza, potrebbero sembrare inconciliabili; ovvero, la cucina e la pittura. Il suo amore per l’arte, e per il disegno in particolare, incomincia dall’adolescenza, e l’aver abbandonato anzitempo gli studi non ha certo posto un freno alle sue ambizioni. Anzi.

“Ho iniziato a lavorare come cuoco già da quando avevo 14 anni, facendomi valere sin dal primo giorno. Il mio è un ambiente difficile, dove si tende a primeggiare, spesso a danno dei colleghi, ma la mia è stata una scelta non dettata dalla necessità di trovare un’occupazione per vivere. Così, non senza sforzi, ho potuto ritagliarmi degli spazi per dedicarmi a ciò che amo senza bisogno di ricorrere a mezzucci. E, alla lunga, le circostanze mi hanno dato ragione.”

Valente ed esuberante il ventottenne del piccolo Comune alle porte di Lecce ha già quattordici anni d’esperienza nel campo della gastronomia, e nella breve chiacchierata che ci ha consentito di conoscerlo meglio si coglie la filosofia che sta alla base di ogni suo lavoro, che sia un piatto prelibato oppure un quadro: “cucinare è come realizzare un’opera d’arte, e viceversa”.

Per l’artista-chef approcciarsi al mondo della pittura è stato un passo quasi obbligato. A Daniele Bascià non importa soltanto soddisfare i palati, per quanto fini ed esigenti essi possano essere; il suo impegno e la sua dedizione ai fornelli scaturiscono, in primo luogo, dalla consapevolezza che a guidare il desiderio di ognuno è la mente. Ecco perché le persone che si rivolgono alla sua esperienza sono considerate quali visitatori di un museo, fruitori di opere d’arte. Non già semplici clienti in cerca di un pasto privo di valore e a buon mercato; dove, per valore, va inteso quanto della tradizione, della cultura e dell’identità di un territorio c’è nel piatto messo in tavola.

“Per quello ci sono i fast-food – osserva, con malcelato disappunto. – La società in cui viviamo ci vuole corridori senza meta. E, si sa, che chi corre non ha il tempo di riflettere e di gustare appieno ciò che gli sta intorno. Io cerco di far rallentare la gente, di spingerla a soffermarsi a osservare, non a vedere, i particolari di un mondo i cui contorni tendono sempre più a farsi indistinti. C’è bisogno di reimparare a godere delle piccole cose. E sia la gastronomia che l’arte, quando volte a questi obiettivi, offrono grandi soddisfazioni”.

Così ci soffermiamo ad ammirare alcuni lavori di Daniele che sua moglie commenta con dovizia di particolari, e tanta commozione, mentre avanziamo tra le stanze della casa, ormai diventata una galleria d’arte in miniatura. Tele, piccole e grandi, pannelli e superfici di riutilizzo che raccontano un percorso ancora ai primi passi, ma che già rendono bene l’idea della direzione intrapresa dall’artista. La tecnica è quasi sempre ad acrilico su tela, ma non mancano gli olii che Daniele padroneggia tanto su legno quanto su tessuto. Le sue opere – ritratti, nature morte, soggetti iper-realistici, non sono incorniciate perché, stando al pensiero dell’artista, i quadri rappresentano il tentativo dell’uomo di trasferire un sogno, una visione sul piano materiale, e quest’ultimo, di per sé, è inadatto ad accogliere ciò che sta altrove.

“La cornice è come la gabbia per un animale selvatico. Non si può imprigionare ciò che è nato libero.”

Con i piatti, però, è tutta un’altra cosa. L’idea di unire l’estro artistico alla culinaria non è una novità; ma dando un’occhiata alle invenzioni di Bascià ci si accorge di quanto la sua capacità di ricercare forme e materie prime per dar vita a delle vere e proprie opere d’arte sia innata, e proficua. Grano, orzo, finocchietto selvatico, filetti di salmone, petali di carciofo, carote, fette di limone si trasformano in paesaggi dai quali trasudano i colori e le atmosfere di scorci mediterranei a noi più familiari. Niente a che vedere con la food-art, però, tantomeno con le nature morte/ritratti dell’Arcimboldo. Anche perché le nature di Daniele Bascià sono talmente vive che si possono gustare.

“Mi piace poter affermare che i paesaggi, gli animali e le scene che creo nei piatti diventano delle opere d’arte da consumare sul posto. E perciò uniche al mondo e irripetibili.”

Tra i soggetti cari all’autore ci sono proprio gli animali: uccelli esotici, tigri, pantere e animali misteriosi; ma non mancano coloratissime composizioni di alimenti in cui, vuoi per l’attività culinaria, vuoi perché sono le materie prime che usa quotidianamente, si cimenta con risultati notevoli. Nel ritratto, in più occasioni, appare il volto della moglie Giada, che Daniele non nasconde essere la sua musa ispiratrice. Tuttavia, da fotografie scattate nelle case dei suoi appassionati estimatori, fanno capolino i volti delle celebrità del mondo di celluloide, e dei fumetti. È attraverso un’occhiata veloce agli album che documentano la sua prolifica attività artistica che si nota un preciso indirizzo stilistico che è lo stesso Daniele Bascià a spiegare:

 “Non nego d’ispirarmi ad artisti contemporanei, che ho occasione di ammirare nei miei viaggi di lavoro, durante le lunghe incursioni notturne su internet, oppure sui cataloghi di grafica e disegno. Mi attrae l’effetto dinamico di alcune opere il cui soggetto si sviluppa su due o più tele giustapposte. In genere si tratta di opere che si avvicinano più al mondo della grafica pubblicitaria che a quello della pittura convenzionale e credo che ciò dipenda dalla personale ricerca di una cifra stilistica che tende a coniugare la percezione visiva al gusto. In cucina, per fare un esempio, questo concetto si traduce nell’abbinamento delle materie prime ai sapori e alle sensazioni. Anche un buon piatto può raccontare storie e suscitare emozioni.”

Un parallelismo che non solo ci pare azzeccato, ma degno di figurare tra i consigli delle guide più prestigiose della cucina gourmet. Un aroma particolare, una certa immagine o un sapore, si sa, sono in grado di evocare ricordi antichi, che credevamo dimenticati o, addirittura, rimossi. Cosa c’è di diverso, domanda retoricamente Bascià, dall’intento che muove le opere dei maggiori artisti di sempre?

“Un’opera d’arte, per dirsi tale, non deve solo rispettare i dettami d’accademia; piuttosto, deve portare l’osservatore a entrare nella storia figurata, nel discorso che si dipana tra i singoli elementi che compongono la narrazione visiva, sì da superare la barriera fisica e materica del supporto che la vuole, necessariamente, bidimensionale”.

Nei piatti, e così pure nelle tele di Bascià, c’è la precisa volontà di sbloccare le emozioni, di adoperare l’opera come uno strumento per liberarsi dalle inibizioni che frenano la mente dal compiere il proprio viaggio verso la meta segreta.

“Si può fare arte anche impiattando una pietanza.”

Non è un caso che Daniele Bascià adoperi i colori acrilici per i suoi lavori; toni freddi che, pur se utilizzati in un’ampia gamma di sfumature, tendono a stagliare i contorni in maniera netta e fortemente contrastata.

“Anche un piatto appetitoso è costituito di materie prime che, al principio, sono fredde, altre volte crude, e slegate tra loro. Lo chef, poi, le compone seguendo un progetto personalissimo, che è la ricetta di quella pietanza, trasformando singoli elementi in un tutt’uno denso di senso.”

Il cuoco, come il pittore, abbina le materie prime dando forma a un’opera che, alla fine, sarà unica. L’opera vera e propria, però, non durerà che pochi secondi, all’interno della bocca di chi la farà propria scomponendo nuovamente gli elementi che soltanto in quel preciso momento offriranno una sinfonia di gusto irripetibile.

Seppur autodidatta, pare che Bascià abbia le idee chiare, e le sue opere, frutto di una ricerca iniziata quindici anni or sono, offrono una valida base su cui impostare una promettente carriera artistica. Intanto, con i consigli di sua moglie, che gli fa un po’ da manager, Daniele Bascià continua a dipingere di notte, quando in casa tutti dormono e lui può dare libero sfogo alla sua vena creativa, continuando a sognare il diploma all’alberghiero e più tempo da dedicare alla sua seconda arte, mentre di giorno fa il capocuoco presso Masseria Stali, a Caprarica, e porta la sua competenza e il suo estro in molti dei più noti ristoranti della zona, impiattando vere opere d’arte nelle quali gusto e tradizione sono condite da un pizzico d’esuberante creatività, e un occhio sempre puntato alle origini salentine.  

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