Cultura

Francesco Veròla, le tele del maestro restituiscono splendore all’abbazia di Farfa

Cinque lunette raffiguranti la vita di San Benedetto per un ciclo pittorico che ha il sapore di un passato lontano in cui committenza e artista davano luogo al genio in nome di qualcosa che trascendeva la condizione terrena

FARFA SABINA– Autore di pregio, il leccese Francesco Veròla vive e lavora, ormai da anni, nel borgo medievale di Farfa in Sabina, nella provincia di Rieti. Le sue opere sono molto apprezzate e gli hanno sempre garantito una notorietà della quale, in verità, egli è abbastanza schivo. Non ama i riflettori, né troppi complimenti.

Soprattutto se questi ultimi scaturiscono dalla mera osservazione dei suoi lavori. Preferisce operare, dare forma all’ingegno, nel suo studiolo di pittura dove si rifugia con gran piacere dalle ansie della vita quotidiana – non lo dice espressamente, ma è uno dei motivi che lo hanno condotto a scegliere la pace e la tranquillità del piccolo paesino alle porte di Roma, – per meditare sulle vicende che, infine, troveranno una congrua soluzione attraverso la trasposizione, mediata da strumenti e supporti, nelle sue composizioni.

Abbiamo il piacere di parlare di questo artista perché, come pochi, ha saputo coniugare la passione per la pittura con le proprie radici identitarie, inserendo in ogni opera i temi e stilemi che rimandano alla terra d’origine, la Puglia, e ai luoghi natii. Non è raro, difatti intravedere nei soggetti figurativi come nei paesaggi i colori e le atmosfere, pur influenzate dal contesto attuale, delle assolate campagne salentine, dei cieli azzurri colmi di luce riverberante, abbacinante, dell’entroterra popolato di persone avvezze alla fatica, al sudore. Muretti a secco, cascine, costumi popolari e scene bucoliche si ritrovano, qua e la, nei quadri di Veròla, quasi fossero cerni ere attorno a cui incardinare la trama mai scontata di ogni narrazione.

A Farfa il Maestro Francesco Veròla ha dato prova di eccellente perizia stilistica riuscendo a contestualizzare un ciclo pittorico d’indubbia bellezza nell’ex refettorio dell’Abbazia benedettina risalente al XV secolo, che nei secoli ha subito diverse trasformazioni fino ad assumere l’aspetto definitivo di aula capitolare.

All’interno di quest’ultima, dedicata al Beato Placido Riccardi, con cinque grandi tele realizzate con tecnica a olio su tela il maestro originario di Lecce ha realizzato una sorta di viaggio nel tempo e nella storia di Farfa, illustrando idealmente al visitatore in cinque stazioni le tappe principali della vita di San Benedetto e della comunità locale e monastica. Non a caso Veròla ha scelto di illustrare i personaggi principali delle maestose pale con i volti dei monaci ancor oggi presenti nell’edificio di culto.

Il ciclo pittorico, frutto di oltre due anni di lavoro, è stato presentato lo scorso 5 dicembre alla presenza di autorità civili e religiose e dell’intera cittadinanza in occasione delle celebrazioni per il 60° anniversario del transito in Farfa del Beato Placido di Riccardi (1954 - 15 marzo 2015), a cui l’Aula Capitolare è intitolata. Un momento che Francesco Veròla ha vissuto con grande partecipazione, anche perché, come egli stesso ha avuto modo di commentare “erano centinaia di anni che a Farfa non veniva commissionata un’opera di tale importanza”.

Nel dipinto centrale sono raffigurati tre momenti della vita di San Benedetto: il miracolo del vaglio risanato, la tentazione e il miracolo della fonte. In questa lunetta che domina il prospetto dell’Aula si riconosce proprio Veròla che, alla maniera dei grandi maestri del passato, si autoritratto nella sezione laterale destra dell’intercolumnio che raffigura il Miracolo della fonte. E quello realizzato da Francesco Veròla è un altro miracolo di pregio ed eccellenza, ci permettiamo di aggiungere.

Nelle altre tele centinate – ognuna misura alla base circa 4,50 metri, – i protagonisti, insieme a San Benedetto, sono Santa Scolastica, San Lorenzo Siro, San Tommaso da Moriana, e i beati Riccardi e Schuster.

IMG_1358 (1)-2Vale la pena soffermarsi sulla grande tela che raffigura San Lorenzo per ripercorrere la scena agiografica che attribuisce al vescovo proveniente dalla lontana Siria, la scelta del luogo ove edificare la futura abbazia. Egli, come riportato dalle cronache, giunto nel sito dedicato alla dea Vacuna, venerata prima dai Sabini, poi anche dai Romani, come patrona del riposo dopo i lavori della campagna, dovette scontrarsi con un drago. Figura allegorica dell’empietà pagana che, difatti, è raffigurata come una chimera dal corpo per metà umano e per l’altra metà di rettile alato il drago viene annientato dalla potenza di santo guerriero che ha più del templare che del pastor bonus.

La fierezza e la postura che ritraggono il vicario di Dio, con in mano il plastico della chiesa e nell’altra il pastorale mentre col piede destro schiaccia le spoglie dello sconfitto, rappresentano il disfacimento del paganesimo e la vittoria della Chiesa apostolica romana che, come avvenne per il primo papa, sarà poi edificata sui ruderi di un culto caduto in disgrazia, e però, mutuato in qualcosa di utile al cattolicesimo. Divinità di ampio utilizzo, ma soprattutto riconosciuta e invocata per la fertilità, legata alle fonti, alla caccia, e al riposo, la radice del suo nome è ancor oggi largamente utilizzato, facile è riconoscerla in tutto ciò che induce al riposo e alla contemplazione: vacare; vacante; vacanze; vacuo.

San Tommaso da Moriana è dipinto in ginocchio di fronte alla vergine che gli indica il luogo dove desidera sia costruito il complesso monastico dei Benedettini. La Regula Sancti Benedicti, illuminata da un raggio di luce divina, è raffigurata nella tela dei beati Riccardi e Schuster. Commissionata dal padre Priore Eugenio Gargiulo, come le altre cinque eseguite da Veròla, è anche la lunetta della cappella del Santissimo Sacramento.

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