Sabato, 19 Giugno 2021
Cultura

Il disastro del dottorato all’italiana. Il 96 percento non ce la farà

Presentata la IV indagine di Adi sullo stato dell’arte della ricerca universitaria: quadro a tinte fosche sulla spendibilità del titolo. Situazione aggravata dai tagli di risorse. Zara: “Atenei ad una svolta. Alcuni di loro potrebbero addirittura scomparire”

LECCE – Il 96,9 percento degli assegnisti di ricerca non ce la farà: si troverà tagliato fuori dal sistema accademico. Ed il loro lungo e faticoso percorso di studi si scontrerà, inevitabilmente, con le logiche del mercato all’italiana. Ovvero: zero (o quasi) investimenti in figure professionali altamente qualificate e capaci di portare innovazione. La quasi totalità dei ricercatori italiani sembra aver imboccato, suo malgrado, una strada senza uscita, a dispetto di tutte le più illuminate raccomandazioni che invitano a scommettere sulla ricerca. Intesa come una leva di crescita del Paese, e non come “una funzione del declino, agganciata alla decrescita del Pil nazionale”. Lo spiega, senza peli sulla lingua, il segretario nazionale Adi, Antonio Bonatesta che descrive così la situazione: “Cosa sta facendo la nostra classe dirigente? Con una mano finge di aumentare le prospettive dei ricercatori universitari, con l’altra toglie ogni garanzia”.

Le sue parole risuonano dure dalla sala “Ferrari” di Palazzo Codacci Pisanelli che ha ospitato la presentazione della IV indagine sul dottorato e sul post doc in Italia a cura dell’Adi, l'associazione dei

dottorandi e dei dottori di ricerca italiani basata su dati, evidentemente, inquietanti. In premessa va detto che l’indagine è stata compiuta dagli stessi ricercatori, costretti ad indagare con mezzi propri (e peraltro scarsi) le dinamiche della ricerca accademica. Perché altrimenti “non se ne occupa nessuno, neppure l’Istat”. Il che la dice lunga sulla centralità del tema universitario nel dibattito pubblico di un Paese presumibilmente moderno.

Tornando alla fredda (anzi gelida) logica dei numeri, l’indagine restituisce un quadro a tinte fosche del sistema universitario italiano e delle prospettive occupazionali dei ricercatori alla luce della “cura Gelmini”, del decreto ministeriale 45 del 2013 e delle linee guida per l'accreditamento dei corsi di dottorato dell'Anvur. I dati sono così riassumibili: nell'ultimo anno molte università hanno aumentato il livello di tassazione per gli iscritti ai corsi di dottorato; il sistema di reclutamento è sostanzialmente bloccato ed i livelli di remunerazione e di riconoscimento delle tutele sono nettamente inferiori rispetto ai migliori standard europei. Tali criticità sono aggravate da politiche di bilancio che hanno visto una drastica riduzione delle risorse destinate alla ricerca. Nel dettaglio, dal 2008 in poi gli atenei dello Stivale versano in una condizione di sotto finanziamento che acuisce le forme di precariato tra i ricercatori: basti pensare che nel 2013 la metà di loro non era inquadrabile in una figura professionale strutturata.

Ed ancora: si registra una contrazione dei posti messi a bando pari al 19 percento e una riduzione delle borse di studio del 16 percento, non compensate peraltro da forme di finanziamento privato. I dati smentiscono seccamente la retorica secondo cui i dottori ed aspiranti tali sarebbero addirittura troppi: “Al contrario, sono troppo pochi – replica la senatrice accademica Ilaria Colazzo – e non va trascurata la situazione dei dottorandi senza borsa: intendiamo chiedere alla Regione, infatti, di destinare una borsa regionale a totale copertura di queste figure che, evidentemente, non funzionano. Quest’invenzione, fallimentare, si è dimostrata solo un escamotage per sfruttare gli studenti”.

L’indagine non ha dimenticato di sottolineare anche le vistose asimmetrie tra il Nord ed il Sud del Paese, dovute a forme di finanziamento ben diverse, dimostrando come tre regioni (Lombardia, Emilia Romagna e Campania) da sole detengano la metà dei posti italiani messi a bando. “Il sistema universitario è stato riarticolato in  forma ottocentesca: si rafforzano le posizioni dominanti e si marginalizza tutto il resto”, commenta Bonatesta. Gli fa eco il rettore Vincenzo Zara che parla di un momento di “svolta” economico finanziaria che non si sa dove andrà a parare: “E’ possibile che molte università spariranno”.

Il cambiamento è dovuto alle modifiche nelle forme di finanziamento degli atenei: “Il Fondo di finanziamento ordinario (Ffo) si fonda sulla quota premiale calcolata sui dati della didattica e, soprattutto, quelli della ricerca – spiega Zara -. La restante parte è legata a criteri storici e costi standard, quali il numero e la tipologia degli studenti. Guardiamo con preoccupazione alla futura riduzione del Fondo per l’Università del Salento. Anche se il ministero ci assegnasse numerosi punti organico, l’ateneo dovrebbe trovare la copertura finanziaria necessaria per bandire i concorsi. Senza sostenibilità economica questo sistema diventa, per noi, una beffa”.

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