Sabato, 19 Giugno 2021
Cultura

Il mondo in una scarpa: sguardo scanzonato e sarcasmo nell'arte di Catanzariti

Calzature abbandonate o dismesse, da uomo, da lavoro, per donna e bambino, da sera, sportive, casual e per tutte le occasioni. In ognuna l’artista leccese infonde nuova vita. Ma la funzione che le connotava come scarpe è solo un’orma nella sabbia che l’acqua, presto, cancellerà per lasciar posto a un messaggio innovativo

LECCE - Se c’è un elemento dell’abbigliamento che accompagna il cammino dell’uomo dal momento stesso in cui ha conquistato la posizione eretta è proprio la scarpa. Anche se la più antica forma di calzatura, ritrovata in California e realizzata in fibra vegetale, risalirebbe a 9mila anni fa, gli archeologi sono concordi nel ritenere verosimile che già prima dell’esigenza di coprirsi con pelli animali per sopportare meglio i morsi del gelo, il più lontano antenato dell’uomo abbia sentito la necessità di proteggere la pianta dei piedi, l’unica parte più esposta e non ricoperta di peli del corpo insieme alle mani. Un cammino lungo e irto di difficoltà che ha consentito all’essere umano di raggiungere gli angoli più remoti del globo e, nella storia più recente, calcare il terreno del suo polveroso satellite.

La scarpa, dunque, a chi sia in grado d’interrogarsi in maniera appropriata è in grado di tramandare le vicende umane più di un libro sapienziale. A ogni uomo corrisponde un’abilità che lo connota e ne fa un individuo unico. Ciò nonostante, non tutti possiedono la capacità di raccontare. Ma ognuno apprende e comunica con un linguaggio assolutamente unico. Ed è proprio seguendo le orme lasciate sulla sabbia della marina leccese da chissà chi che, un giorno d’estate di qualche anno fa, Antonio Catanzariti, pensionato di origini calabresi trapiantato a Lecce, è incappato in un incontro assolutamente imprevisto e fortuito: quello con una scarpa spinta sulla battigia dall’irruenza di una mareggiata.

A chi sarà appartenuta? Da quale parte del mondo è arrivata? Qual è la sua storia?

Domande che hanno assillato l’ex funzionario del provveditorato fino a prendere la forma di una brillante intuizione. La sventurata naufraga, tra le mani del suo salvatore, ha incominciato a emettere un flebile lamento, simile allo sciabordio dei marosi agitati dalle correnti marine che si ode accostando l’orecchio a una conchiglia. Poi, finalmente, la consapevolezza.

Così, là dove un viaggio era giunto al termine, ne inizia un altro la cui meta è ancora da definire, e un oggetto la cui fine sembrava ormai segnata ritrova la strada che acqua, sabbia e terra avevano celato agli occhi dei più.

Ma quella prima scarpa, e le altre che d’allora si sono susseguite, ha intrapreso un percorso tutto nuovo e originale. Tuttavia questa calzatura, orfana del proprietario, non intende narrare la sua storia. Anche se sarebbe bellissimo venirne a conoscenza. A essa, invece, Antonio Catanzariti assegna un compito più arduo e affascinante: trasmettere un messaggio segreto composto in un linguaggio primigenio. Un po’ come farebbe un naufrago che accetti il proprio, ineluttabile destino, un istante prima della fine.

Ma come nessuna storia è destinata veramente all’oblio, così nessuna vita si spegne per davvero.

Tutto su questa terra e nell’universo intero si trasforma in altra materia, ciclo dopo ciclo, finché alla forma originaria non rimane che la propria essenza, la nuda energia che molte culture chiamano anima e che andrà a riempire un nuovo contenitore.

C’è tutto questo nelle forme dell’artista, e molto di più. C’è la consapevolezza degli spiriti erranti che attendono nuovi scopi all’interno di altri abiti della materia. C’è il cinismo con cui condividiamo il letto e il sonno notturno; il pessimismo che non ci consente di guardare al futuro, l’egoismo e il narcisimo che fanno di ognuno una macchina buona solo a spender soldi; l’ignoranza che non va oltre l’apparenza. Ma anche l’amore per le piccole cose, per un sorriso, un bacio, un ricordo, un dolore…

C’è l’erotismo, quello che s’incarna nelle passioni; la critica al più becero individualismo e allo smodato consumismo. C’è, anzitutto, la vita intera di Antonio Catanzariti che si racconta in mille colori, curve, materiali e immagini che danzano lievi sulla soglia tra ciò che è reale e ciò che non lo è.

E così ciabatte, stivali, ballerine, mocassini, sandali e zoccoli, scarpette di vernice e boots militari si vestono per sorprendere e, alle volte, ricusare osservatori occasionali, persone così assuefatte al conformismo da non riuscire a riconoscere il proprio riflesso nella vetrina di un negozio.

Eppure, a ben guardare, le scarpe narranti di Catanzariti possiedono gli stilemi del mondo che più ci è familiare. Basterebbe, per comprendere quel messaggio solo all’apparenza criptico e arcaico, avere occhi capaci di vedere le meraviglie del mondo. Allora, e solo allora, potremmo scorgere le attese del tempo che si arresta, impercettibilmente, per far nascere un pulcino dal suo guscio, per far spiccare il primo volo a un uccellino, per infrangere il silenzio con un vagito, sconfiggere il buio della coscienza con uno sguardo pieno d’amore, un tabù con il coraggio di essere se stessi.

È il mondo che s’incarna nelle scarpe di Catanzariti. Un mondo la cui conoscenza perviene da un sussurro trasportato dal vento. E lui, novello Prometeo, consegna quell’anelito alla forma che è già lì, inconsapevole, d’esser vita sospesa nella vita. Ogni casualità si aggrega per addivenire a un disegno la cui immagine finale solo il dio Caos conosce fin o in fondo. Ed ecco che dalle mani di Antonio, dai suoi occhi provati ma mai stanchi di osservare il mistero, ogni più insignificante artefatto umano si coagula in un essere pronto a balzare da una rupe altissima per librarsi al di sopra dell’ovvietà, del grigiore e dell’amarezza umane. Perché nelle creature di Catanzariti vibra l’energia che trasmuta i sogni nella materia che ci circonda.

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